È un’abitudine oramai consolidata dalle nostre parti l’applicazione della famigerata “accisa” sui beni di consumo ma non solo. Nel recente e ultimo Consiglio dei Ministri per la legge di bilancio, tra le varie accise spicca quella sul vino e più esattamente a proposito della vendemmia del 2024 e relativa vinificazione, stabilisce una riduzione del titolo alcoolometrico del celebre nettare di Bacco.
Un popolo di allegri beoni, come l’italico, abituati a gustare vini corposi con ben definiti e ricercati aromi e che una ben nutrita schiera di esperti assaggiatori, novelli sacerdoti del culto di Dioniso, si affannano a elevare al rango di massima nobiltà nella loro pregevole unicità che il nostro territorio è in grado di produrre. E tutto in teoria dovrebbe contribuire a mantenere un notevole grado qualitativo del vino, in cui sono presenti alcooli differenti, esteri, sostanze aromatiche con particolari gruppi funzionali che interagiscono nelle varie fasi della vinificazione e maturazione dei vini.
Nella grande produzione industriale invece si preferisce diminuire il contenuto alcolico dei propri vini con elaborate tecniche enologiche messe a punto in questi ultimi decenni e che in teoria non dovrebbero alterare le caratteristiche organolettiche del prodotto, rimuovendo una minima percentuale di alcool etilico (circa 2%) su cui incombe la spada fiscale dell’accisa cui non sfugge nulla. Occorre notare però che l’impiego di tali tecniche riduttive richiede particolari apparecchiature che sfruttano processi chimico-fisici complessi, molti dei quali ancora in fase di collaudo.
Senza dilungarsi in maniera dettagliata sull’efficacia di tali processi e le incombenze fiscali connesse, entra inevitabilmente in gioco la definizione e l’importanza che si vuol dare a un prodotto nella sua caratteristica artigianale e quindi tradizionale o industriale in senso lato. Unica considerazione finale una massificazione d’interessi economici europei a scapito della qualità territoriale del vino italiano, creando specifiche illusorie e ambigue, una giungla di sigle come: DOP, DOC, IGP, IGT, ennesimi balzelli per i piccoli produttori vinicoli, favorendo solo le grandi produzioni industriali. Ci si accontenti allora di sorseggiare un bicchiere di vino italico per quanto annacquato con qualche grado alcolico di meno, un tozzo di pane e due “saracche” nel piatto come accadeva nelle cantine di una volta, in barba al rito gustatòrio del sommelier del momento!


