Il limite è una legge di natura, cui non è possibile sottrarsi. Quel che accade oggi invece, ci dà l’illusione che si possa comunque andare oltre, il progresso tecnologico più che scientifico mette a disposizione una pluralità di strumenti d’indubbia utilità in tutti i campi, con risvolti economici non indifferenti che sono parte integrante di una qualsivoglia attività umana.
Nel mondo dello sport, se ne ha la prova più eclatante, un articolato meccanismo per far soldi, in cui la componente umana svolge un ruolo in apparenza fondamentale ma nella sostanza irrisorio ed effimero. Si prenda ad esempio il ciclismo, in cui dovrebbe realizzarsi una perfetta simbiosi tra la macchina umana che fornisce la forza motrice e il mezzo meccanico costituito dalla bicicletta. Innovazioni propriamente tecnologiche riguardano il mezzo meccanico nei materiali, nelle forme e nei più diversi accessori. Innovazioni, o meglio disparate e spregiudicate applicazioni della moderna farmacologia, mascherate come elementi performanti della medicina dello sport, portano a uno sfruttamento intensivo della macchina umana per creare il super campione, il genio a dir poco immortale. Si spendono fiumi di parole sull’impresa sportiva realizzata, enfatizzazione del campione, sciorinando dati statistici sulle prestazioni raggiunte, con un uso spregiudicato di concetti che non hanno nulla da spartire con le leggi della scienza tout court.
Purtroppo, visti i recenti successi e i modi a dir poco ultraterreni del campione sloveno su di un cavallo supertecnologico, non è da escludere la possibilità di un uso abnorme di particolari aiuti farmacologici, favoriti da lacunosi regolamenti in proposito. Il concetto di limite ha un’importanza fondamentale nelle scienze matematiche e a volerlo applicare in un siffatto contesto ci spinge con forza a fare queste considerazioni.
Nella storia del ciclismo dell’età contemporanea esistono casi assai eloquenti che però nessuno ha il coraggio di denunciare, si ha forse paura di scoprire qualcosa che metta in luce tutto un mondo sommerso e che con lo sport in senso lato non ha nulla da spartire? E allora ci si accontenti della fin troppo usa e consunta leggenda di “un uomo solo al comando”!


