L’antica tradizione della transumanza, importante momento nella storia della civiltà pastorale e contadina, alla quale i famosi versi del vate abruzzese hanno dato dignità poetica, è legata a molteplici aspetti sociali, economici e culturali che riguardano il territorio anche nel senso geografico. L’estesa rete di tratturi, tratturelli, bracci e riposi di cui esistono ancora testimonianze in molte zone della nostra penisola dall’arco alpino all’Appennino centrale e meridionale, ciascuno con le caratteristiche tipiche dei luoghi attraversati, ci permette di ricostruire una parte storica importante della nostra agricoltura nel corso del tempo.
Per quel che riguarda in particolare il Mezzogiorno, i percorsi tratturali dalle zone pianeggianti a quelle dei pascoli in altura e viceversa tra la fine della primavera e l’autunno, erano tra i più lunghi e definiti addirittura d’appartenere a una civiltà del dolore e della speranza, fatti di stenti e di sacrifici, di abnegazione e di rinunce.
In alcuni borghi lucani invece si dà vita a revival esibizionistici che con la transumanza non hanno nulla da spartire, feste votate al più grossolano intento consumistico, di facciata e conclamate da associazioni che invece dovrebbero tutelare agricoltori ed allevatori. Non se ne comprende la strategia, fatta solo di clientelismo politico e, mai come adesso, di puro opportunismo.
Dove sono le numerose mandrie di mucche e greggi di pecore e capre transumanti che attraversavano sia in senso longitudinale che trasversale i pascoli delle nostre montagne e sulle tracce degli antichi tratturi? Basta bighellonare tra le montagne che circondano il potentino e che costituiscono il Parco dell’Appennino lucano per rendersi conto che gli unici sopravvissuti transumanti sono i turisti quasi per caso piuttosto che gli armenti che hanno tutt’altra storia!


