Tra dolore e responsabilità: l’ombra lunga della guerra a Gaza

Da mesi la Striscia di Gaza è teatro di una tragedia umanitaria di proporzioni devastanti. Migliaia di civili palestinesi, tra cui donne, bambini e anziani, sono stati uccisi o feriti in operazioni militari israeliane, in un contesto segnato da bombardamenti intensivi, assedi e una crisi umanitaria senza precedenti. Interi quartieri sono stati rasi al suolo, ospedali e infrastrutture civili colpiti e oltre due milioni di persone si trovano in condizioni di vita drammatiche, prive di elettricità, acqua potabile, cure mediche e sicurezza.

Il diritto di Israele a difendersi, invocato spesso come giustificazione delle operazioni, non può e non deve trasformarsi in una licenza per la distruzione sistematica di un’intera popolazione. La lotta contro Hamas, organizzazione terroristica responsabile di crimini e attentati, non può diventare una copertura per la punizione collettiva del popolo palestinese. Il diritto internazionale, le convenzioni sui diritti umani e i princìpi etici fondamentali non sono facoltativi: valgono sempre, per tutti.

Questo quadro genera, comprensibilmente, indignazione. Ma è qui che la riflessione deve farsi più lucida e responsabile. Criticare duramente le politiche del governo israeliano non è antisemitismo. Anzi, è doveroso distinguere tra la denuncia delle azioni di uno Stato e l’odio verso un intero popolo o religione. L’antisemitismo, cioè l’odio e la discriminazione contro gli ebrei in quanto tali, è un fenomeno antico, pericoloso e profondamente sbagliato, che ha prodotto alcune delle pagine più buie della storia umana.

Ma oggi ciò che preoccupa è che l’indignazione per ciò che accade a Gaza si stia trasformando, in alcune frange dell’opinione pubblica, in un ritorno dell’antisemitismo. Si leggono sui social generalizzazioni velenose, meme che richiamano stereotipi razzisti, slogan che non colpiscono solo il governo Netanyahu o l’esercito israeliano, ma l’intero popolo ebraico. Questo è inaccettabile. Ed è anche controproducente: perché se la solidarietà con il popolo palestinese si mischia con l’odio antiebraico si tradisce proprio quel principio di giustizia e umanità che dovrebbe muovere la critica.

Al tempo stesso è giusto ricordare che le scelte di un governo, come quello israeliano attuale, possono contribuire a un clima globale di crescente polarizzazione. L’uso sproporzionato della forza, il rifiuto ostinato del dialogo politico, la sistematica violazione dei diritti dei palestinesi non solo distruggono vite e speranze, ma alimentano un risentimento che rischia di travolgere anche coloro che nulla hanno a che fare con le decisioni di Tel Aviv.

C’è quindi una doppia responsabilità: da un lato, di chi assiste a questa tragedia e ha il dovere di alzare la voce in difesa dei diritti umani senza cedere all’odio etnico o religioso; dall’altro, di chi governa in Israele e, proseguendo sulla strada dell’indifferenza e della repressione, rischia di rendere sempre più difficile distinguere tra la critica e il pregiudizio.

L’umanità non si misura con l’appartenenza. Si misura con la capacità di vedere nell’altro una vita degna di rispetto. Ed è questa umanità, oggi, che Gaza ci implora di non dimenticare.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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