Villaggio Quadrimensionale di Troia… “provare per credere”

Si può solo immaginare cosa possa significare la scoperta di qualcosa che semmai si presuppone di conoscere ma non si è mai visto.  La figura di Ulisse è una delle più affascinanti dei poemi omerici: polytropos, l’eroe dai mille volti. Il guerriero coraggioso, imperturbabile di fronte alla morte, uomo astuto mosso dal desiderio di conoscere, l’uomo che soffre per la lontananza dalla sua terra, dalla casa, dalla sua sposa e dal figlio. In sintesi la figura di un uomo straordinario, ebbene oggi potremmo definirlo un monito, quello di Ulisse, che c’insegna a cogliere l’attimo e ad andare oltre la nostra fragilità di umani per superare i nostri limiti. Anche il personaggio dipinto da Cesare Pavese nei suoi Dialoghi con Leucò è un uomo che vuole vivere nonostante il dolore e perseverare alla ricerca della sua felicità. Al villaggio Quadrimensionale “Nuova specie” di Troia (Foggia) è possibile assaporare cosa voglia dire la “felicità” dell’incontro, della conoscenza dell’altro non nostro nemico ma nostra propagine, nostro simile che dona amore incondizionatamente, che accoglie l’altro come un fratello e permettetemi di scrivere che forse anche più di un affetto consolidato dalla frequenza. Nel Convivio, una delle sue opere più importanti oltre alla Commedia, Dante parla del desiderio di conoscenza proprio dell’uomo, dovuto, a suo parere (citando il pensiero di Aristotele), al tendere dell’anima alla perfezione, rappresentata dal raggiungimento della conoscenza assoluta. L’anima dell’uomo, infatti, non potrà mai raggiungere la perfezione, perché la conoscenza assoluta per molti credenti è propria del divino; tuttavia essa potrà avvicinarsi alla sapienza e da questa condizione dipende la volontà di “…divenir del mondo esperto”, come afferma il personaggio di Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno. Questo personaggio, ripreso dalla tradizione epica greca, costituisce l’emblema del moderno uomo, che con l’esperienza e ciò che la modernità offre scopre i segreti del mondo in cui vive l’umanità. Il Villaggio Quadrimensionale è un microcosmo dove appare regnare la perfezione perché al centro del tutto vi è l’uomo con le sue aspettative, i suoi desideri, le sue aspirazioni e la voglia di cogliere l’attimo ma non fine a se stesso ma momento che si somma ad altri attimi per costruire un nuovo umanesimo, del quale oggi si sente un forte bisogno, dove al centro del tutto vi è l’essere pensante che ha rotto il “contratto naturale” in mille pezzi e ha un approccio con quello sociale in maniera nuova. Nella sua opera definita successivamente “divina” Dante non condanna Ulisse per aver peccato di tracotanza. Questo è segno dell’ammirazione che l’autore riserva al proprio personaggio. Dante infatti non critica l’operato di Ulisse ma, al contrario, lo esalta, riconoscendo nella sua passione per la scoperta il proprio desiderio di conoscenza. Il desiderio di conoscenza, come nel caso di Ulisse, rende l’uomo disposto a qualunque cosa pur di trovare una risposta alla propria curiosità e alle proprie domande. Questa sua caratteristica è evidenziata nel brano tratto dal libro “Se questo è un uomo” di Primo Levi, nel quale il protagonista rievoca il canto di Ulisse per spiegarlo a uno dei suoi compagni, Jean. In particolare, Primo Levi traduce al suo compagno francese i versi che, nel canto, Ulisse rivolge ai suoi compagni prima di partire per l’impresa che li avrebbe condotti alla morte: “Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste per viver come bruti,/ma per seguir virtute e canoscenza”. Questi versi, infatti, si adattano alla condizione vissuta dai due protagonisti del brano, entrambi soggetti alla violenza della vita nel lager, che riescono, per qualche momento, a riacquistare la propria umanità rievocando l’opera dantesca. Anche il verso finale del canto, “infin che ’l mar fu sopra noi rinchiuso”, ben si adatta alla vicenda vissuta dai due personaggi: come Ulisse dovette cedere alla volontà divina, così pure Primo Levi e Jean, essendo giunti alla mensa, sono inghiottiti nell’atmosfera di sofferenza. Ebbene in virtù di tale premessa al Villaggio di Troia voluto dal prof. Mariano Loiacono, psichiatra, psicoterapeuta ed epistomologo globale si sente la benevolenza, la disponibilità ad ascoltare l’altro, a vivere con l’altro le vicissitudini della vita in un  percorso di “costruzione” di un nuovo “io” che nulla ha a che fare con le concezioni che furono proprie di antiche memorie filosofiche. L’uomo seguendo un percorso diventa un fratello a tutti gli effetti e lo si ama incondizionatamente. Pur passando poche ore è possibile assaporare un sorta di “paradiso” in terra dove l’ascolto è una costante ma la cosa più sorprendente è la disponibilità ad amare. Sì, appare lapalissiano lo “strafare” nell’utilizzo di questo termine ma è altrettanto chiaro che in un mondo dove regna il “quarkismo” dell’essere la riscoperta di un concetto caro a poeti e scrittori diventa la caratteristica dell’Ulisse moderno. Certamente alla ricerca di nuove scoperte ma soprattutto nel donare “sentimenti” che in una società costruita a dimensione del “consumo” diventa una realtà sognata, una realtà dove la centralità dell’essere è il primo motore della vita stessa. Poche ore nel Villaggio Quadrimensionale equivalgono a momenti di gioia dove l’altro non è un “qualcosa” dal quale difendersi, dal “guardare” con diffidenza” ma sono l’estasi della mente che come il moderno Ulisse “affamato” di conoscenza scopre e ne resta ammaliato prendendo coscienza che l’uomo può essere davvero buono, costringendo a rivedere la concezione dominante che vede l’essere pensante come egoista, pronto a calpestare l’altro per la propria “sopravvivenza”. Non è il caso di citare filosofi che hanno sempre cercato di “scoprire” e in un certo senso “giustificare” il modus operandi dell’uomo prima che egli scorga “altro generalizzato”, doni se stesso nella consapevolezza che quel suo “regalo” è una corresponsione dello ”amoroso” sentire”. È un’esperienza senza uguali, un modello da “esportare” ovunque dove l’uomo riacquista la propria essenza senza l’utilizzo di “medium” artificiali”. Alla base del tutto vi è il dialogo supportato da progetti “partoriti” per ridonare all’io la sua funzione di protagonista del proprio futuro non condizionato e né condizionante. Per quanto si possa essere abituati a scrivere diventa difficile descrivere l’atmosfera che si respira al Villaggio Quadrimensionale di Troia. “Verso una nuova specie” potrebbe sembrare il titolo di un romanzo, di uno scritto pensato per intrattenere ma se lo si legge con la giusta attenzione scevra da condizionamenti sedimentati si scopre un mondo nuovo e in detto contesto si scorge la grandezza del pensiero umano capace di “partorire” idee che conducono per mano chi legge verso un “nuovo mondo”, non quello sognato e malamente oltraggiato dai naviganti dei secoli scorsi capaci di distruggere civiltà solidali. Solidarietà, amore, comprensione, dialogo, costruzione, osservazione, disponibilità, desiderio di conoscere, applicazione del proprio sapere, libertà di espressione, assunzione di responsabilità, convivenza pacifica, protezione, condivisione, abolizione delle differenze, ma soprattutto volontà di bypassare schemi desueti e incontrovertibilmente inadatti al solo scopo di rielaborare il concetto di “uomo” in quanto portatore di richieste e di proposte. Se le istituzioni fossero meno sorde, più attente alle nuove esigenze di un popolo in cammino verso la costruzione di una società non ispirata a concetti che all’inizio del secolo ben seppe esprimere cinematograficamente Lang con “Metropolis” allora non vi sarebbero barriere ma unità. Società costruite dal basso ispirate da pochi concetti: non fare il male, cercare la pace ed evitare le antinomie che caratterizzano questo “nuovo mondo” costruito sulla centralità del divenire senza uno scopo ma solo con l’obiettivo di soddisfare l’effimero. E ora è opportuno ritornare al tema ispiratore di questo scritto. Odisseo è sì un personaggio complesso, ma moderno, perché non è monolitico come Achille. Odisseo conosce momenti di panico di istintiva paura è, a seconda delle situazioni, esitante o temerario, impersona tutte le contraddizioni dell’animo umano che possono essere superate solo con la condivisione. «Dove siete diretti?» chiede qualcuno ai viandanti nello Heinrich von Ofterdingen (1798-1801), il grande romanzo di Novalis. «Sempre verso casa» è la risposta. Il capolavoro incompiuto di Novalis è uno dei grandi libri nei quali il viaggio appare quale odissea, ovvero quale metafora del viaggio attraverso la vita. Ogni odissea pone l’interrogativo sulla possibilità di attraversare il mondo facendone reale esperienza e formando così la propria personalità; la domanda se Ulisse, specie quello moderno, alla fine torni a casa confermato, nonostante le più tragiche e assurde peripezie, nella propria identità e avendo trovato o ribadito un senso dell’esistenza, oppure se egli scopra soltanto l’impossibilità di formarsi, se egli perda per strada se stesso, il significato della sua vita, disgregandosi anziché costruirsi nel suo cammino. Se egli ritorni a Itaca o se ritorni per partire nuovamente e perdersi definitivamente. Nella visione classica il soggetto, pur smarrito nella vertigine delle cose, finisce per trovare se stesso nel confronto con questa vertigine. Nell’attraversare il mondo egli scopre la propria verità che all’inizio in lui è soltanto potenziale e latente e che egli traduce in realtà attraverso il confronto col mondo. L’eroe di Novalis viaggia in lontananze spaziali e temporali ma per arrivare a casa, per trovare se stesso attraverso il viaggio. Quest’ultimo è circolare: si parte da casa, si attraversa il mondo e si ritorna a casa, anche se molto diversa da quella lasciata perché ha acquistato significato grazie alla partenza, alla scissione originaria. Ulisse torna a Itaca, ma Itaca non sarebbe tale se egli non l’avesse abbandonata per andare in guerra, se egli non avesse infranto i legami viscerali e immediati con essa, per poterla ritrovare con maggiore autenticità. Mai come in questo momento sarebbe necessaria un’opera letteraria immane per poter raccontare cosa rappresenta il Villaggio Quadrimensionale di Troia (in provincia di Foggia). Un vecchio assioma pubblicitario recitava: «Provare per credere». Sì è necessario provare. Solo così si potrà comprendere cosa è stato “costruito” a Troia e di tutto questo il mondo non può esimersi di ringraziare il prof. Mariano Loiacono e tutti coloro che lo affiancano in questo cammino “d’amore”, di solidarietà con l’obiettivo di “costruire un uomo davvero nuovo.

1 commento su “Villaggio Quadrimensionale di Troia… “provare per credere””

  1. Marcella Nigro

    L’utopia del genere umano da sempre.
    Se pochi “eletti” sono riusciti a dare vita a questo nucleo così “evoluto” allora c’è ancora speranza per tutti noi.

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