Quando smetteremo di capire il mondo?

Sono sempre più numerose (e diciamo anche tardive) le indagini, le interviste e le campagne informative sulle abitudini dei consumatori nel rapporto con gli imballaggi di plastica. Come si è detto, dal 3 Luglio è entrata in vigore la norma europea, sbrigativamente definita “antiplastica”, che in pratica impone di ridurre la diffusione di determinati prodotti monouso in plastica “tradizionale” (p.es. piatti, bicchieri, stoviglie, cannucce, cotton fioc, film per confezionamenti vari, etc…). Sia beninteso: molte di queste cose potranno continuare ad essere prodotte con plastiche di comprovata biodegradabilità e più sostenibili per l’ambiente che comunque rimarrebbe, stando così le cose, la “discarica”  a disposizione della nostra specie; una discarica appena appena alleggerita dalla “bontà” di questi nuovi e miracolosi materiali biodegradabili. Il recente e bellissimo libro di Benjamín Labatut, Quando abbiamo smesso di capire il mondo, pubblicato da Adelphi nella collana Fabula con la traduzione di Lisa Topi,  si apre con il racconto della creazione del colore Blu di Prussia. La copertina del libro ha per immagine un’opera di Yves Klein nel “suo” blu (e qui le virgolette sono davvero superflue: quel blu è proprio suo!). Il nuovo colore, «blu di Prussia» , fu battezzato così nel 1704 dal suo inventore, il produttore svizzero di pigmenti e colori Johann Jacob Diesbach, con l’intento di stabilire una stretta connessione tra la sua scoperta accidentale e il glorioso impero prussiano. Oltre due secoli dopo, Ennio Flaiano avrebbe scritto: “Nel Blu di Prussia vedi la dissoluzione morale e intellettuale, non soltanto la dissoluzione organica, la quale è sufficientemente bene espressa, per esempio, dal verde e dal giallo”. La scoperta di questo colore passa attraverso un’altra sostanza, lo Zyklon, fertilizzante potentissimo e al tempo stesso uno dei veleni più tossici che esistano, il cianuro. Lo Zyklon fu sistematicamente utilizzato sotto forma di gas per sterminare le truppe in guerra dal genio Fritz Haber a partire dal 1915, che lo aveva scoperto (attraverso il processo dell’estrazione dell’azoto dall’aria) solo pochi anni prima. Grazie a Haber si evitò la carestia di inizio XX secolo, ma allo stesso tempo si falcidiarono migliaia di vittime tra le trincee e i campi di concentramento durante la Prima Guerra Mondiale. Perché affianchiamo questi temi, quello della plastica a quello del blu di Prussia e quello dell’uso ambivalente di una scoperta o invenzione?  Ma perché entrambi hanno a che vedere con uno dei temi principali della scienza (e oggi anche della tecnologia): quello della prospettiva, che è il vero tema di fondo del libro di Labatut. Mi permetto di aggiungere agli esempi riportati nel libro anche quello che riguarda, più da vicino, Ferrara: Giulio Natta e il polipropilene isotattico. Anche in questo caso Natta, prima di tutti, intravide l’importanza pratica delle sue scoperte: dal polipropilene isotattico nato per solidificare una quota di materiale scartato dalla raffinazione del petrolio, si poteva ottenere un materiale plastico dalle peculiari proprietà. E Natta valutò tutte queste prospettive o quelle più vicine alla comprensione di quel mondo. Il libro di Labatut ha una suo preciso epilogo quasi a volere sottolineare proprio una nuova urgenza che quasi ci impone di smettere di capire il mondo così come è e di adottare nuove prospettive. L’epilogo è riportato nel capitolo dal titolo Il giardiniere notturno. Ci sono strani funghi che divorano le piante, animali che muoiono misteriosamente, una sorta di apatica fiducia nel mondo scientifico… però in qualche modo la vita non smette di rifiorire. E questo ci riporta al titolo originale dell’opera di Labatut: Un verdor terrible, ovvero Una vegetazione terribile. Labatut qui sembra suggerirci che la vera scienza sa che dietro ogni sua scoperta giace qualcosa di più profondo, oscuro, strano. La sua più grande virtù è l’infatuazione per il mistero, un desiderio di sapere, che proprio per questo dovrebbe indurla non solo a comprendere il mondo che lei stessa ha contribuito a costruire ma a porre anche maggiore attenzione… “ al [suo, della scienza] oscuro ventre, ai difetti nella logica dell’universo, alle scoperte che, clic, rompono l’ immagine della realtà o che l’espandono fino all’inimmaginabile, perché anche la scienza, vista da una certa prospettiva, è una forma particolare di follia: la follia di pensare che possiamo capire il mondo». Sì , è vero, ci sono veleni assassini, colori assassini, morti, guerre, catastrofi ambientali, inquinamento e cambiamenti climatici ma deve esserci anche fiducia per la  vita che continua ininterrottamente a emergere perfino dalle catastrofi che sono state create proprio da coloro che hanno esplorato solo un lato dell’attività scientifica. Gli scienziati, i fisici e i matematici descritti da Labatut sono ebbri, resi folli dalle loro stesse scoperte, totalmente immersi e annullati dalle proprie spirali di pensiero. Spesso non comprendono come sono arrivati a fare le loro scoperte, e non riescono a determinarne tutte le conseguenze. La scienza, afferma Labatut, non è mai il riflesso del mondo, ma delle nostre menti; e quindi solo una visione di insieme… ci permetterà di decifrare la forma in cui è (stato) organizzato questo nostro mondo e aiutarci a riorganizzarlo. È vero le plastiche oggi sembrano essere IL problema ma sono anche la fonte della risoluzione del problema. Senza la comprensione delle catalisi tradizionali non avremmo messo a punto le nuove catalisi per le plastiche biodegradabili; senza la conoscenza delle plastiche che galleggiano nei nostri mari e che giacciono a cielo aperto nelle discariche non potremmo sviluppare processi in grado di riciclare meccanicamente o chimicamente questa grande quantità di …mondo consumato. Quando rinunciamo a comprende anche il lato oscuro della scienza e della tecnologia veniamo meno al nostro… compito? Programma? Destino?  Che è quello di comprendere noi stessi. Ecco perché la prospettiva è importante: quali sono i materiali a nostra disposizione che potranno sostituire la plastica tradizionale in tutte le sue applicazioni e non solo in quelle monouso? Quali sono i materiali leggeri trasformabili e versatili che sostituiranno la plastica per la produzione di cose così fin troppo presenti nelle nostre vite da apparire invisibili? Che fine fa ciò che definiamo biodegradabile? Di cosa davvero avremo bisogno? Cosa produrre? Come e, soprattutto, perché farlo? Questa è…la prospettiva che questo mondo, che dobbiamo smettere di capire, ci chiede. Queste sono le domande che bisogna porre al ventre oscuro della scienza quando cominceremo a volere veramente capire noi stessi.

3 commenti su “Quando smetteremo di capire il mondo?”

  1. Quando smetteremo di capire il mondo ?
    Di sicuro, dopo aver letto questo libro !

I commenti sono chiusi.

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