L’Italia nata sui furti. Ladri rubano le toghe ai giudici

Il 29 settembre del 1854, la “Stampa”, giornale genovese, n° 278, riportava un audacissimo furto avvenuto a danno dei giudici del tribunale di Genova. Già qualche giorno prima il guardasigilli Deforesta scriveva al Vescovo di Ivrea che per la repressione dei furti sacrileghi confidava nella fermezza e severità dei giudici. Ma a quegli stessi giudici i ladri avevano rubarono le toghe e come si poteva sperare nella protezione della magistratura se la stessa magistratura veniva derubata e in casa propria e come avrebbero potuto impedire il furto di preziosi oggetti compiuti nelle chiese quando non erano stati in grado di difendere la propria toga da sopra la sedia su cui erano seduti? Ladri talmente audaci, o forse solo talmente abili che rubavano nel santuario della legge, sempre più severa e vendicativa, come potevano arrestarsi davanti a un prezioso oggetto sacro rubato nel  santuario di Dio caritatevole e pietoso? A Genova, quel 29 settembre del 1854, dei ladri si vestirono con le toghe dei giudici e la storia si ripeté, circa due secoli dopo, quando i giudici si sono vestiti con le toghe “modello Palamara”. Sempre dal santuario della giustizia di Genova passiamo a una vicenda accaduta, il 19 luglio del 1854 dove, mentre si teneva un processo, tra il pubblico che vi assisteva, c’era un  certo Giovanni Vacca, omonimo di un ministro di grazia e giustizia del Regno d’Italia, con straordinaria abilità ripulì buona parte degli astanti che gli venivano a tiro. Anche la sera del 7 dicembre del 1855, a Torino i ladri si introdussero nel tribunale e rubarono l’ingente cifra di sessantamila lire per poi tranquillamente dileguarsi indisturbati.  Sempre a Genova, a un anziano magistrato, mentre rientrava in casa, un malvivente gli ha rubato gli occhiali d’oro che aveva sul naso per poi allontanarsi tranquillamente, senza fretta malgrado le urla del giudice. Oppure, ancor più eclatante è quanto successo a Torino il 15 agosto del 1857 dove, i ladri rubarono la grossa cassaforte che scardinarono dal muro e indisturbati la ripulirono e poi sparirono. In quei giorni la Gazzetta del Popolo, quotidianamente, descriveva furti perpetrati da impiegati ai danni dei loro stessi uffici. Tra articoli di giornali e sentenze dei tribunali di quei tempi (soprattutto tra Genova e Torino), giunti fino a noi, c’è anche l’elenco dettagliato di quanto fu rubato nel sorvegliatissimo porto di Genova e lo leggiamo nel Corriere Mercantile del 30 ottobre del 1857 n°255. L’elenco comprendeva tutti i furti perpetrati sui brigantini e vaporetti presenti nel porto e consistevano prevalentemente in attrezzature per la navigazione, grano, carbone, un barile di argento vivo, zucconi di cera, diversi pani di piombo, e altro ancora. Non mancavano rapine e violenze vere e proprie come avvenne al negoziante Giuseppe Giberti al quale sottrassero con la forza, a bordo di un vaporetto: una catena d’oro con orologio, una tenda, quattro remi e una gomena, lasciandolo sanguinante nella stiva. Dagli elenchi delle cose rubate, dalla violenza con cui si rubava e l’indiscriminata modalità e luogo dove si compivano questi reati si può ben dedurre l’infelice condizione politica e economica del Regno Sardo dove il furto era diventato “l’attività principale” di quel popolo disperato,  I Savoia  preparavano la liberazione e l’Unificazione dell’Italia. Nel 1859 un cronista scriveva a termine di un articolo: “Dall’alba si riconosce il bel dì, e dai giorni in cui lavoravasi a fabbricare l’Italia nuova potea argomentarsi come si starebbe in punto di ladri, furfanti e simile lordura quando l’Italia fosse fatta e compiuta”. Le cronache  raccontavano del furto come di una attività svolta scientemente dove il ladro subalpino aveva dimostrato tutta la sua capacità, spregiudicatezza e ingordigia, ma non considerarono che una volta fatta l’Italia i nuovi ladri avrebbero superato e addirittura fatto arrossire quei vecchi subalpini. Il furto diventò sempre più audace e violento finché si vestì dei “panni di Stato”. E la storia, ancora si ripete.  

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