Fare attività fisica è una delle azioni più efficaci che ogni individuo può compiere per prevenire le forme più severe di Covid-19

Limitata nel corso della prima ondata, l’attività fisica in realtà andrebbe praticata soprattutto in questa fase storica. Chi è allenato, infatti, sembra meno esposto al rischio di sviluppare le conseguenze più gravi di Covid-19. Il messaggio giunge da diversi studi, l’ultimo dei quali condotto su quasi cinquantamila adulti statunitensi. «Non possiamo dire con certezza perché, ma è un dato di fatto: la sedentarietà è correlata a un rischio più alto di sviluppare forme severe e di morire a causa delle complicanze della malattia», è il messaggio messo nero su bianco sul British Journal of Sports Medicine da un gruppo di ricercatori del Kaiser Fontana Medical Center della California. Sono stati loro gli ultimi a confrontare gli esiti della malattia tenendo conto di una variabile: l’attitudine al movimento dei malati. Da qui le conclusioni, che invitano a prendersi cura del proprio corpo anche in una fase caratterizzata da restrizioni alla mobilità e alla pratica sportiva. I ricercatori hanno valutato l’impatto dell’attività fisica sul decorso di Covid-19 partendo da un campione di oltre 48.400 adulti, infettatisi tra gennaio e ottobre scorsi. Un campione eterogeneo: di età media (47 anni), composto prevalentemente da donne (62 per cento) e con un’elevata frequenza di sovrappeso e obesità (valore medio di indice di massa corporea: 31). In 1 caso su 2, le persone osservate avevano una o più delle malattie considerate un fattore di rischio, in caso di infezione. E dunque: il diabete, la Bpco, una malattia cardiovascolare o oncologica e l’insufficienza renale. Un quadro che traccia il profilo di persone fragili, bilanciato però da un’altra metà di persone ammalatesi di Covid-19 partendo da una buona condizione di salute. Potendo contare su uno scenario così composto, oltre che sulle informazioni rilasciate dai pazienti nel corso di almeno tre visite ambulatoriali svolte nei due anni precedenti, i ricercatori hanno indagato il ruolo svolto dall’attività fisica. Arrivando a scoprire che chi era più sedentario, più di frequente sviluppato polmoniti che avevano richiesto il ricovero: nei reparti ordinari o in terapia intensiva. E maggiore è stato il numero di decessi registrato in queste persone, rispetto a quanto rilevato tra coloro abituati a praticare sport. La valutazione ha tenuto conto dell’attitudine al movimento: classificando i pazienti come inattivi (0-10 minuti di movimento alla settimana), moderatamente attivi (11-149 minuti) e sportivi (150 o più minuti dedicati allo sport ogni settimana). Soltanto 7 su 100 hanno rispettato l’indicazione delle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (150 minuti a settimana). Una volta esclusi altri fattori in grado di influenzare il decorso della malattia, gli esperti sono giunti alla conclusione che la sedentarietà aumenta di oltre il doppio il rischio di essere ospedalizzati rispetto alla probabilità con cui convive chi fa movimento per oltre due ore e mezza alla settimana. Maggiori anche le probabilità di dover ricorrere alle cure in terapia intensiva (+73 per cento) e di morire a causa di Covid-19. Che l’essere inattivi non giochi a favore, in caso di contatto con Sars-CoV-2, lo aveva confermato pochi giorni prima anche uno studio italiano pubblicato sulla rivista Radiology. Registrando con la Tac del torace lo stato di avanzamento della malattia in 552 pazienti ricoverati nel corso della prima ondata e incrociando queste informazioni con quelle relative alla massa muscolare che sta intorno alla colonna vertebrale (ottenibili sempre mediante la Tac), i camici bianchi dei sei ospedali del Nord Italia coinvolti hanno dimostrato che «lo stato muscolare deficitario è un forte predittore indipendente: sia per il ricovero in terapia intensiva sia per il decesso». Tradotto: minore è la massa dei nostri muscoli, maggiori sono i rischi a cui siamo esposti una volta posti di fronte a Covid-19. Tornando all’ultima ricerca, gli autori sottolineano che «l’essere quasi del tutto inattivi è uno dei fattori di rischio che maggiormente incidono sulla prognosi di Covid-19»: meno dell’età e di un precedente trapianto (a causa della terapia immunosoppressiva), ma più di altre condizioni modificabili (fumo di sigaretta, obesità, diabete, elevata pressione sanguigna, precedenti diagnosi oncologiche o malattie cardiovascolari). Si tratta di uno studio osservazionale, non in grado come tale di spiegare quali meccanismi rendano l’attività fisica protettiva in caso di contagio. Le ipotesi più accreditate rimandano a una più facile gestione del peso corporeo e al potenziamento della risposta immunitaria, elementi garantiti dalla pratica sportiva e in grado di prevenire il decorso più severo della malattia da coronavirus. Ragion per cui, oltre a seguire le indicazioni utili per non entrare a contatto con il virus, gli esperti raccomandano «di considerare l’attività sportiva la più efficace azione che ogni individuo può compiere per prevenire le forme più gravi di Covid-19».

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