Chimica… Chimicazza … o una questione di lana caprina?

Lo spunto ci vien dato dalla lettura del recente libro edito dalla Longanesi intitolato Chimicazza. Molecole che fanno cose. Soluzioni, rimedi e scorciatoie della chimica di tutti i giorni  diAndrea di Valvasone, un chimico che impazza sui social con un suo originale e sollazzevole intento divulgativo di una disciplina come la Chimica, onnipresente nella nostra vita quotidiana. Esiste una vasta letteratura sul fascino attrattivo e spettacolare delle scienze chimiche, lo stesso laboratorio si trasforma in un theatrum di esperienze che se condotte con la dovuta accuratezza e abilità non possono non suscitare interesse in chi guarda attraverso la rete, di sicuro avrebbero maggiore efficacia se fatte nella scuola primaria e poi di livello superiore.

L’esperienza di laboratorio richiede anche i tanti riferimenti storici che sono alla base della scoperta delle sostanze che interagiscono in modi diversi, nei passaggi di stato, nelle variazioni cromatiche e tutta la gamma di reazioni che la Chimica offre. A ogni elemento o combinazione di atomi e molecole è associata una storia particolare relativa alla sua scoperta casuale o razionale.

E poiché l’autore vuol fare divulgazione, l’innata meraviglia che da sempre le trasformazioni infinite della materia hanno suscitato nel pensiero degli antichi filosofi e alchimisti va analizzata nei suoi due aspetti di fondo: speculativo e pratico che occorre considerare, per non cadere in sterili e banali spettacoli di magia alla Harry Potter. Il libro si mantiene in un giusto equilibrio, nonostante qualche chimicazza volutamente intenzionale dell’autore, forse associata al fascino sensazionale della scienza chimica.

A tal proposito ci viene in mente un altro volumetto, edito nel 2009 dalla Di Renzo Editore, scritto da Roald Hoffmann, premio Nobel per la Chimica nel 1981, dal titolo: Come pensa un chimico? che evidenzia il fascino di una nuova modalità di pensiero caratteristico di questa disciplina.

Hoffmann riferendosi al celebre affresco di Raffaello La scuola d’Atene vede rappresentato nel gesto di Platone e Aristotele, che al centro della scena avanzano verso l’osservatore, il dilemma della conoscenza che sintetizza così: Platone cercava gli ideali, Aristotele studiava la natura, nella Chimica moderna quale indicazione viene seguita? E’la natura così fertile, fonte di nuovi materiali come alcuni affermano? Possiamo sperare, per esempio, di produrre composti migliori imitando la microstruttura di una piuma o del filo setoso del ragno? Ovvero, è meglio che i chimici traggano ispirazione dalle ideali forme matematiche come l’icosaedro e la sfera? O ancora, dobbiamo affidarci al caso? Una problematica che mette in gioco fattori come la struttura e la simmetria dell’immenso numero di molecole naturali e non, nelle loro trasformazioni e in particolare nella sintesi chimica vero atto creativo e di notevole complessità.

Nell’arte della sintesi, organica in particolare si nascondono due paradossi. Il primo è che l’atto di sintesi è specificatamente umano e quindi innaturale – anche se cerchiamo di trasformarlo in un prodotto della natura. Il secondo paradosso è che nella sintesi di molecole ideali, laddove operare in modo innaturale può sembrare la cosa giusta da fare, talvolta bisogna lasciare il campo alla natura.

Grande importanza ha dunque mantenere un corretto equilibrio tra il modo di pensare del chimico in generale nella teoria e nella pratica sperimentale, senza rimanere abbacinati dalle possibili notevoli potenzialità creative e  i proficui vantaggi economici che è possibile ottenere.     

Michele Vista
Michele Vista
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