Buca, buca con acqua e Giro d’Italia

Potenza si rifà il trucco per l’arrivo del Giro d’Italia. L’evento restituisce dignità ai ciclisti di ogni giorno, pochi in verità, ma non per questo figli di un dio minore. Per qualche giorno, o qualche settimana, chissà, ripercorrendo le strade del passaggio della carovana rosa (pare si dica così) sembrerà di pedalare sul velluto, sensazione perduta, pardon, mai vissuta dai pedali potentini.

Rifarsi il trucco è doveroso, perbacco; pensate a un ospite che non nasconda neanche le ciabatte dismesse quando gli fanno visita, ohibò!, quindi bando alle ciance: non sia mai detto che a Potenza vige la dittatura della buca.

L’Italia che ci guarderà in TV saprà apprezzare il colore scuro, con lievi sfumature grigiastre, del manto stradale, la sua arrendevole morbidezza, la nitida segnalazione delle corsie e magari penserà “e chi lo avrebbe mai detto che in fondo all’Italia esistono strade ben fatte?”. Da andarne orgogliosi.

Ricordo che un uguale fenomeno di cosmesi urbanistica si ebbe con la visita papale, anni orsono, se non decenni.

Ora, però, un conto è il dovere di ospitalità, un altro il quotidiano, nell’ambito del quale una strada “vellutata”, per il potentino e l’avventore, rimane una illusione come può esserlo la visione di una immaginaria oasi per il pellegrino del deserto.

Semplice, non ne abbiamo diritto. E passi qualche buca ogni tanto, ma la situazione si presenta all’incontrario, cioè un metro normale di strada ogni tanto. Qualche giorno fa ho visto franare una signora in pieno centro storico, via Pretoria altezza caserma dei carabinieri, in una vistosa buca dai caratteri tipici dell’antro infernale. La povera signora ha incolpato se stessa, rea di non guardare per terra, mostrando quell’atteggiamento tipico del suddito che non ha diritti, situazione nella quale vegetiamo tutti, sempre ingenuamente felici di fronte a una cosa che solo funzioni normalmente.

La differenza che passa dall’ipocrita, anche se doveroso, restauro provvisorio e la quotidianità, dà il senso dell’abbandono, confortato dalla costante e generale incuria dedicata alla città.

Sempre qualche giorno fa, laboriosi lavoratori avevano cominciato a pulire, con lena encomiabile, delle scale del centro storico. L’evento, perché di tanto si tratta, ha lasciato stupiti i passanti, rasserenati, però, dal fatto che è stata pulita una sola rampa, depositandone il risultato nella rampa successiva.

Due esempi non fanno primavera, si potrebbe dire, parafrasando un proverbio, ma gli è che mi limito a due esempi per non tentare l’impresa di scrivere una enciclopedia. L’enciclopedia della buca e della trasandatezza urbana, alla quale, indefessamente, hanno lavorato amministrazioni di centro, di sinistra e di destra, con una coerenza nella sciatteria di sublime portata.

Ecco, semplicemente il Giro non dovrebbe mai passare per Potenza, per evitare che il dubbio assalga il cittadino suddito, il quale, in un momento di rigurgito civile potrebbe anche pensare di avere diritto a una esistenza migliore. Meglio lasciarlo nella ignoranza di un mondo migliore. Una città senza buche, oppure, una città con poche buche? Suvvia, ma neanche nel paradiso terrestre.

NdA: la buca è un simbolo. A Potenza lo stato di abbandono è generale. Mi scuseranno edifici abbandonati, fontane secche, marciapiedi impercorribili, barriere architettoniche (do you remember Sindaco?), panchine divelte, erba alta, pareti di edifici muschiati, topi ecc. ecc., ché non c’è spazio per tutti. E poi, che volete, la buca si mostra molto più aggressiva, è sfacciata, ruba l’occhio, è come una ferita aperta su un volto, enigmatica, misteriosa, subdola, cattiva, prepotente. Niente a che vedere con la vostra discrezione. Ma sia chiaro, quando si dice buca, si intende anche tutti voi messi assieme.

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Luciano Petrullo
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One comment

  1. Forse il radicato perbenismo che ottunde le coscienze e la paura di sembrare veramente quattro disgraziati , fa brontolare senza ferire e ci si dedica ai giochi da tavolo come a Natale, che non è rimasto piu niente.

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