Voto, non paura

C’è un’Italia che chiede il preavviso persino alla coscienza. Un’Italia che, quando scende in strada per Gaza, per la Palestina, per una bandiera o per una vita sotto le macerie, si ritrova spesso davanti la stessa liturgia: “documenti, grazie”. Identificazione, verbale, rimando a casa. A volte un divieto motivato con formule elastiche (“luogo non idoneo”, “concomitanza sensibile”). E la democrazia, come certi ombrelli economici, si apre solo quando non piove.

Sia chiaro: in una Repubblica le regole contano. La Costituzione tutela il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi; per le riunioni in luogo pubblico chiede un preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. Non dice “permesso”, dice “preavviso”: non è una concessione, è un equilibrio.

Il preavviso, però, non dovrebbe essere un cappio burocratico: serve a permettere alle istituzioni di garantire sicurezza, non a sterilizzare il conflitto. Quando la logica diventa “autorizzato = buono, non autorizzato = da schedare”, la piazza si trasforma da valvola democratica in rischio amministrativo. E la tentazione è smettere di esserci.

E oggi l’aria è più ruvida. Il decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23 (in vigore dal 25 febbraio) interviene proprio sulle “pubbliche manifestazioni”: aumenta sanzioni amministrative per chi promuove senza preavviso e allarga la portata anche alle convocazioni via reti e piattaforme; introduce sanzioni per deviazioni dall’itinerario o per “turbative”, con aggravanti se si rende difficile il riconoscimento. Tradotto: non è solo “organizzatevi meglio”, è “sappiate che vi costerà”.

Qui sta la crepa che fa paura: quando il diritto si trasforma in un percorso a ostacoli il cittadino non si sente più titolare di libertà, ma ospite tollerato. E l’ospite, si sa, parla piano. È in queste sfumature – non nei proclami con l’olio di ricino – che si infilano le torsioni autoritarie: il confine tra tutela dell’ordine pubblico e governo del dissenso.

In più, lo stesso decreto prevede che, in caso di condanna per reati gravi commessi “in occasione” di riunioni o assembramenti, il giudice possa disporre il divieto di partecipare a pubbliche riunioni per un periodo determinato. Misura mirata, sulla carta; potenziale deterrente, nella percezione collettiva.

A questo punto la domanda diventa politica, non burocratica: davvero pensiamo che l’identificazione seriale sia la risposta a un conflitto che brucia le coscienze? Certo: chi usa violenza risponda di ciò che fa. Ma chi manifesta pacificamente non può essere trattato come un sospetto per definizione, come se dissentire fosse già un reato in potenza.

E qui arriva l’altra sventura, tutta italiana: la classe dirigente. Destra e sinistra, governo e opposizioni: spesso un ceto politico che alterna indignazione e amnesia, pronto a fare la faccia severa in tv e a dimenticare il giorno dopo. In Parlamento si litiga sulle parole; fuori, si litiga con le bollette. La povertà – quella che spegne la luce e accorcia il respiro – resta un rumore di fondo, buono solo quando serve uno slogan.

Il sazio non crede a chi è costretto a digiunare: e allora la gente smette di credere alla politica. Ma attenzione al cortocircuito: quando smetti di votare “per protesta”, finisci governato “per abitudine”. È il trucco più riuscito: convincerti che non conti nulla, mentre qualcun altro conta al posto tuo.

Votare non è un atto di fede, è un atto di igiene civile. Non richiede entusiasmo: richiede lucidità. Scegliere il meno peggio non è un brindisi, è un argine. È dire: “questo no”. È pretendere che chi governa tema almeno una cosa: di perdere consenso.

Se vi preoccupa la stretta sull’agibilità democratica; se vi indigna la povertà ignorata; se vi irrita l’arroganza di chi non sa quanto costa il pane, smettete di regalare il silenzio a chi lo scambia per assenso. Andate a votare. Non per salvare la politica: per salvare voi stessi dall’idea che non valete. Perché quando una democrazia si abitua a identificare chi alza la voce, il passo successivo è farvi credere che la voce non serva. E lì, davvero, resta solo la paura.

Nella foto di Federico Patellani “Donne alle urne”, 2 giugno 1946: primo voto nazionale, quando le donne votarono per il referendum istituzionale (per scegliere tra Monarchia e Repubblica).