C’è una frase che, da sola, meriterebbe un editoriale più di cento decreti: “Non hai nessun diritto quando ti trovi in fermo di polizia”. Sarebbe stata pronunciata, secondo Extinction Rebellion e secondo un video circolato in rete, durante il trattenimento di attivisti portati in commissariato dopo l’azione sul tappeto blu davanti all’Ariston. Una frase così, anche se detta con nervi tesi e voce stanca, ha un effetto preciso: sposta la cittadinanza dal terreno dei diritti a quello del favore. Oggi ti ascolto. Domani “lo vediamo”.
I fatti: nella serata inaugurale del Festival, alcuni attivisti hanno invaso la passerella per contestare “greenwashing” e politiche ritenute “ecocide”. Fermati dalle forze dell’ordine, sono stati portati in commissariato. Le cronache parlano di tredici persone trattenute per ore; tra loro, sempre secondo la ricostruzione del movimento ripresa dai media, anche persone che stavano riprendendo la scena. Alla fine, nella notte, rilascio e fogli di via.
Ora, mettiamo da parte per un attimo l’istinto tribale (“se la sono cercata” / “eroi”) e facciamo una cosa antiquata: apriamo la Costituzione. La libertà personale è inviolabile (art. 13). Non è poesia: è un limite allo Stato. E il diritto di riunirsi pacificamente è garantito (art. 17), con il meccanismo del preavviso per le riunioni in luogo pubblico. Non “permesso”, non “concessione”: preavviso e divieto solo per motivi comprovati di sicurezza o incolumità pubblica.
Ed è qui che entra il punto politico, non quello folcloristico da talk show. Il nuovo decreto-legge 24 febbraio 2026 n. 23 – entrato in vigore il 25 febbraio – cambia il regime sanzionatorio del TULPS sulle riunioni pubbliche: l’omesso preavviso non resta più, nella sostanza, una contravvenzione “che finisce nel vuoto”, ma diventa una sanzione amministrativa da 1.000 a 10.000 euro (con altre sanzioni in caso di turbative, ostacolo ai soccorsi, mancato rispetto di limitazioni, e con un diverso tetto che arriva a 20.000 euro per altre ipotesi).
Chi sostiene queste norme dirà: “Così si ristabilisce l’ordine”. Ma l’ordine, quando diventa tariffario, produce una società molto semplice: i ricchi possono permettersi di sbagliare, gli altri no. Il dissenso diventa un lusso. E, guarda caso, i lussi in Italia li abbiamo sempre tassati bene: con entusiasmo e rapidità che non vediamo quando si tratta di salari, affitti, povertà.
Il dettaglio più velenoso è l’aria culturale che tutto questo diffonde: l’idea che, davanti alla divisa, la cittadinanza si sospenda. “Se non è un diritto lo vedremo dopo”. No: i diritti si vedono prima, oppure non sono diritti. Sono una graziosa ipotesi.
E qui la satira finisce e comincia la responsabilità: se questa china sembra autoritaria non basta indignarsi. Serve politica, cioè voto. Non per innamorarsi del “meno peggio” – che in Italia è una storia d’amore tossica – ma per impedire che il peggio diventi sistema, modulistica, prassi. Perché la democrazia non muore sempre con i carri armati: a volte muore con una ricevuta.
Siamo di fronte a una deriva autoritaria. Durante queste operazioni gli attivisti sarebbero stati fermati e trascinati via e un agente è stato registrato mentre diceva: “Non hai nessun diritto quando ti trovi in fermo di polizia”, per poi aggiungere, davanti alla richiesta di chiarimenti: “Se non è un diritto lo vedremo dopo, non adesso”.
È giunto il momento di aprire gli occhi per non consegnare il Paese alla destra fascista!


