La maggioranza non è morale!

C’è una truffa intellettuale che torna ciclicamente a fare danni, come l’influenza quando la gente si convince che “tanto è solo un raffreddore”: l’idea che in democrazia la maggioranza abbia sempre ragione. Umberto Eco, in una “Bustina di Minerva” del 2010, la smonta con un bisturi: la democrazia non è il regno del Vero, è un meccanismo contabile – “bassamente quantitativo”, ma verificabile – per scegliere chi governa quando non sappiamo misurare “qualitativamente” chi abbia più ragione. E quando la maggioranza sbaglia? Sbaglia, punto. Non diventa santa per acclamazione.

Ora, questa distinzione – banale e decisiva – è diventata un oggetto smarrito nel dibattito pubblico italiano. Qui la logica corrente è: “ho vinto, quindi ho ragione; ho i numeri, quindi ho anche la verità; ho la maggioranza, quindi posso permettermi di trattare il dissenso come rumore di fondo”. È lo scivolo perfetto: dalla legittimità elettorale alla presunzione morale. Dal “posso governare” al “posso tutto”.

Eco ricordava che la funzione dell’opposizione è dimostrare alla maggioranza che si è sbagliata. E aggiungeva la stoccata più umiliante: se non ci riesce, non abbiamo solo una cattiva maggioranza, abbiamo anche una cattiva opposizione. Ecco il punto: non c’è nulla di più “democratico” (in senso sano) del conflitto, della critica, della contestazione. La democrazia non è il silenzio ordinato; è il disordine regolato. Se la piazza diventa un fastidio da addomesticare, se la protesta viene trattata come un vizio da multare allora non stai “migliorando l’ordine pubblico”: stai impoverendo la vita pubblica.

Perché ogni volta che il potere prova a far passare un principio semplice – “la maggioranza decide, quindi voi zitti” – sta facendo il furbo. La maggioranza decide le regole del gioco (nei limiti costituzionali), non decide la verità, non decide la giustizia, non decide la dignità. Decidere non è dimostrare. Governare non è avere ragione. E soprattutto: vincere non è una patente etica.

Il problema italiano è che questa confusione piace a troppi. Piace a chi governa, perché i numeri diventano una clava. Piace a certi commentatori, perché trasforma ogni critica in “rosicamento”. Piace persino a una parte del pubblico, che scambia la politica per tifo: se la mia squadra vince, allora è anche buona, bella e innocente. È la versione adulta (si fa per dire) del “ha vinto lui, quindi era destino”.

Eco faceva esempi feroci: la maggioranza ha creduto per secoli a sciocchezze e crudeltà; ha sbagliato su scienza, arte, giustizia; ha preferito Barabba; ha bruciato streghe; ha cercato untori; ha chiamato “naturale” la schiavitù; ha definito “nobile” il colonialismo. Non per dire che la maggioranza sbaglia sempre, ma per ricordare che può sbagliare a lungo.

E allora la domanda non è “chi ha i numeri?”. La domanda è: chi difende i contrappesi, chi rispetta le libertà, chi accetta di essere contestato senza offendersi come un sovrano? Se una maggioranza si comporta come se il dissenso fosse un’infezione non è “forte”: è insicura. Se tratta le regole come un modo per restringere la voce altrui invece che per garantire diritti a tutti, non sta governando: sta occupando.

Il voto, in questo quadro, non è un gesto romantico. È manutenzione. È dire: “i numeri vi danno il governo, non vi danno la ragione”. E se l’opposizione non riesce a dimostrarlo toccherà ai cittadini ricordare – con la sola arma pulita che resta – che la democrazia non è il potere della maggioranza: è il limite della maggioranza.

Giulio Tompesi
Giulio Tompesi
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