Vino senza alcool… paradosso semantico del nettare di Dioniso!

Nella società alienata in cui viviamo non desta alcuna meraviglia leggere l’uso sconsiderato che vien fatto delle parole e in particolare nell’abuso oramai consolidato per fini di mercato della tanto decantata pubblicità- progresso: far uso di una parola, che pur avendo un suo preciso significato, si adopera dandole esattamente il suo significato contrario!

Si pubblicizzano a tamburo battente prodotti di cui si esalta non proprio ciò che contengono ma quel che non contengono, con la benedizione urbi et orbi dell’esperto plurititolato e prezzolato alla bisogna. Tutto in una camaleontica legge di marketing, pur sempre connessa a interessi economici, che nell’industria alimentare non conosce limiti e il più delle volte obbedisce a ottuse leggi merceologiche a scapito del consumatore, incrementandone la sua incipiente ignoranza e tentando di svolgere addirittura un’opera di educazione nutraceutica, e mai il valore semantico di questo termine è più appropriato!

È fin troppo noto il celebre adagio che il vino si può fare anche con l’uva, ma sappiamo anche che i componenti essenziali e naturali della bevanda, consacrata nel mondo antico al dio Bacco, che si ottiene dalla vite e che oggi con le moderne tecniche di analisi definiamo antiossidanti (polifenoli e resveratrolo), nutrienti (sali minerali), alcooli (dall’analisi gascromatografica di un vino Chianti si rileva una settantina circa di alcooli differenti che si trasformano nel tempo in esteri o aromi) e in toto definiamo vino. Non ha alcun senso parlare di vino senza alcool, è più corretto parlare di bevande analcoliche o dealcoolate e che con il vino non hanno nulla da spartire. Il processo della vinificazione attraverso la fermentazione alcolica è un processo naturale, che segue le sue regole basilari secondo tecniche collaudate nel tempo che rispettano un’armonia di reazioni chimiche e biologiche e danno il liquido che si definisce vino. Intervenire nella dealcolazione invece con processi chimico-fisici diversi, come la distillazione sotto vuoto o la filtrazione per osmosi inversa è tutt’altra cosa e serve ad ottenere una bevanda che non contiene alcool e che può benissimo definirsi in qualunque maniera tranne che con il termine vino. A essere più precisi, gli alcoolati invece sono delle preparazioni liquide ottenute distillando a bagnomaria l’alcool in cui sono state sciolte o fatte macerare sostanze varie di origine vegetale o minerale, largamente adoperate in farmacia. Il sottile tranello merceologico consiste nel fatto che si tenta di raggirare madre natura e a tutto ciò ben si prestano le moderne tecnologie dell’industria alimentare, in soldoni l’aggiunta di sostanze chimiche diverse come coloranti e addittivi vari, il più delle volte frutto di una filiera di laboratorio, con tutti i possibili inconvenienti.

Non può bastare il fatto assodato scientificamente che l’alcool sia un veleno per l’organismo umano nel dirimere l’annosa quaestio, se poi di veleni se ne aggiungano altri per ottemperare alle varie sensazioni organolettiche di una bevanda ingannevole pubblicizzata come vino senza alcool allora il gioco è fatto! Senza voler ricorrere a dissertazioni etno- antropologiche o sociali per giustificare l’uso di bevande alcoliche o analcoliche ci basti ricordare i consigli che Ateneo di Naucrati ci da nei Deipnosofisti o i filosofi a banchetto a proposito del vino citando il poeta Eubulo:

                                Tre soli crateri verso

                                per quanti sono saggi: uno per la salute,

                                quello che si beve per primo; il secondo

                                per l’amore e per il piacere; il terzo per il sonno,

                                e dopo averlo bevuto, gli invitati saggi

                                vanno a casa. Il quarto non è più nostro,

                                ma dell’insolenza; il quinto è del chiasso.

Michele Vista
Michele Vista
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