L’Arbor Sapientiae Editore ha di recente pubblicato un’interessante raccolta di scritti dello studioso e archeologo Antonio Nibby vissuto a Roma (1792-1839) autore di numerose guide definite come “viaggi antiquari” nelle quali vengono date interessanti informazioni sulla viabilità nell’antica Roma, la loro costruzione e amministrazione, il loro percorso attraverso i vari reperti archeologici e le testimonianze storiche riportate dagli antichi scrittori.
La grande maestria con cui i Romani avevano saputo costruire strade viene evidenziata con molta efficacia riportando citazioni di Varrone, Strabone, Isidoro, Ulpiano, Procopio, i Magistrati addetti e le committenze dei vari Imperatori. Esistevano per gli antichi Romani tre diverse denominazioni con cui venivano definite le strade dell’Impero: via, actus e iter. Quasi una prima classificazione della viabilità riferita alle tante strade che si partivano dall’Urbe a seconda della loro importanza. Via era la strada percorribile con qualunque mezzo, a piedi, a cavallo, con i carri e in ogni tempo, mentre actus si riferiva a una strada di minore importanza e dimensioni ma pur sempre percorribile ab agere, stando alla testimonianza di Varrone e Isidoro, cioè attraverso i campi; infine iter secondo ciò che riferisce il giureconsulto Paolo nei Digesta, come una strada percorribile solo a piedi o in lettiga, non da carri o mandrie di bestiame, potremmo dire un’antesignana “isola pedonale” riferita in particolare alla rete urbana. Si passa poi ad altre strade secondarie o extraurbane, ciascuna classificata con termini diversi a seconda dell’uso cui erano adibite e della loro posizione: semita, callis, trames, diverticulum, bivium, compitum.
Ulteriori differenze erano associate alle strade definite pubbliche o private: pretorie e consolari le prime, agrarie le altre, insomma tutta una serie di strade vicinali o addirittura, diremmo oggi di demanio militare. Una rete stradale ben articolata che sottolinea l’importanza riservata dall’antica Roma alle vie di comunicazione dell’Impero.
Assai significativa la testimonianza di Strabone nel ribadire l’estrema perizia riservata dai Romani nel tracciare e costruire una tale rete stradale, mediante lastricati, ponti, controlli degli alvei fluviali da superare, distinguendosi dai Greci che avevano dato maggior rilievo al decoro delle città, alla loro fortificazione o alla costruzione di porti. Ci dice Isidoro mutuando l’idea dai Cartaginesi, un popolo industrioso dedito ai commerci, che per primi avevano sentito il bisogno di lastricare le strade vivendo in un territorio in gran parte sabbioso. I reperti archeologici della regina viarum (V sec. – III sec. a.c.) che prese il nome dal console Appio Claudio Censore ne sono la testimonianza evidente.
Gli amministratori e gli stessi imperatori alla guida di una rete stradale così articolata hanno lasciato tracce importanti del loro operato attraverso cippi, manufatti vari lungo il tracciato a partire dal centro urbano che ci permettono la ricostruzione storica.
Particolare cura era poi riservata ai materiali adoperati nella costruzione a seconda dei territori attraversati, e alle disponibilità locali: il legno, la terra, l’arena, l’argilla, i frammenti di terra cotta detti Testa, la calce, la pietra, la selce, il tufo, la ghiaia e il ferro.
Dalla città eterna si dipartivano a raggiera ben trentadue strade che poi a seconda dei territori attraversati si ramificavano in direzioni diverse, tutte contraddistinte da toponimi che noi oggi ancora adoperiamo. Le descrizioni dettagliate che il nostro autore ci fornisce stimolano l’interesse e la curiosità del lettore nello scoprire il fascino legato alla storia di un piccolo spazio, tracciato con l’aratro dal fondatore Remo, che nel mondo antico ha poi raggiunto una dimensione unica e irripetibile per la vastità e avvedutezza pratica e gestionale.
Di fronte a tutte queste evidenze storiche e guardando la nostra contemporaneità, cosa abbiamo saputo mutuare e cosa sappiamo fare nella governance del territorio?
Attualità di un persistente dilemma!


