Vai a lavorare che è meglio

“Vai a lavorare che è meglio”.
Tempo fa si diceva qualcosa del genere a chi non sembrava portato tanto per gli studi.
Oggi l’espressione risulta perfetta per rivolgerla ai politici che si dimostrano incapaci, perché non è più applicabile agli studenti, visto che un diploma non si nega a nessuno e alla fine neanche una laurea. Quindi è inutile spedire un adolescente a imparare un mestiere, quando c’è la concorrenza della scuola a gratificare il percorso che porta alla maggiore età senza patemi e sacrifici.
Ai parlamentari, che non si capisce cosa ci facciano a Roma dal martedì al venerdì, visto che fa tutto Draghi, invece, l’espressione si adatta magnificamente, visto che molti di loro una fatica o un mestiere non ce l’hanno neppure o, se ce l’hanno, non è parimenti redditizio o ricco di privilegi.
La politica si è ridotta ad ammortizzatore sociale, non richiede competenze, produttività e sapere, paga bene e riempie le trattorie e pizzerie. Di che essere orgogliosi.
Quando poi si tratta di distribuire le poltrone più ambite, tipo un assessorato in regione o al comune, entra in ballo la capacità di raccogliere consenso, cioè il numero di voti ottenuti alle elezioni. Quasi che raccogliere consenso sia pari a conoscere la macchina amministrativa e avere un’idea sullo sviluppo urbanistico della città, per dire. Che le conoscenze non servono, poi, è provato dalla misera circostanza che un assessorato vale un altro, così come un ministero, del resto, talchè si assiste a balletti di poltrone disancorati da qualsiasi esperienza in materia.
“Voglio la sanità!”, “Posto già occupato, vuoi l’agricoltura?” “E va bene!”, discorso post elettorale in voga nei partiti.
Se un’azienda privata si comportasse in questa maniera, diremmo che sono dei folli, ma se si tratta della nostra regione o del nostro comune, il sistema appare coerente, saggio e anche giusto.
A nulla serve la prova del nove del disastro amministrativo che poi accompagna ogni esperienza elettorale: amministrare male è ormai la prassi, tanto che se qualcosa arriva a funzionare meno che decentemente, si grida all’eccellenza, al superlativo, al “meno male che c’ero io!”.
Ma con quale gusto una bocca può riempirsi del sopra citato “Vai a lavorare che è meglio” se rivolto all’amministratore da strapazzo di turno? Che piacere per le orecchie quello spernacchiamento covato per anni e poi finalmente uscito dalle labbra.
Piacere totale.
Da provare.

1 commento su “Vai a lavorare che è meglio”

  1. Purtroppo c è un sacco di gente che ha scambiato la cura dell immagine per un lavoro, al netto della necessaria dignità del vivere sociale. I primi a puntare il dito se non gli tornano i conti, magari su poveri disgraziati che davvero lo cercano un lavoro o davvero vorrebbero costruire qualcosa.

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