Una filiera alimentare sana… è mai esistita?

È questa la domanda da porre ai tanti lucumoni della sana alimentazione che discettano sul cibo quotidiano, a più non posso, tirando in ballo gli alimenti, da quelli industriali a quelli cosiddetti ultraprocessati, trascurando il contesto sociale della stessa società moderna, che sembra, cominci purtroppo ad avere evidenti problemi di senilità qualora si debba dare  ascolto a siffatti trombettieri del nostro benessere. 

Nella storia dell’umanità la maggior parte delle materie prime fondamentali che formano la catena alimentare segue nel loro percorso vari passaggi fino ad arrivare al prodotto finale definito per forza industriale. Il pane, l’olio, il vino sono un chiaro esempio di tali processi da quando l’uomo se n’è servito per cibarsi. Oggi accade lo stesso per numerosi altri prodotti estremamente elaborati (etichettati secondo gli idiomi dei territori che li hanno inventati e pubblicizzati con ossessive e contagiose campagne pubblicitarie di mercato) che giungono sulla nostra tavola e sono definiti ultraprocessati (in cui abbondano precise sostanze chimiche tra conservanti, additivi, emulsionanti, coloranti che derivano da una filiera di laboratorio industriale).

Il Bel Paese è stato contagiato, ormai da decenni, dalle mode alimentari d’oltre oceano e soprattutto d’oltre Manica, invischiato in un ginepraio di usi e di traduzioni best sellers (pura operazione di marketing in questi Paesi), dal chirurgo bariatrico che pratica tecniche di riduzioni gastrico duodenali per non aumentare di peso al medico nutrizionista che scopre solo adesso i cibi ultraprocessati.

Specchio autentico della bulimia consumistica che contraddistingue la società contemporanea!    

Michele Vista
Michele Vista
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