Un testo da tenere a casa e leggerlo con attenzione. “Saggio sull’intelletto umano” (An Essay Concerning Human Understanding – 1690) di John Locke

John Locke (Wrington, 29 agosto 1632 – High Laver, 28 ottobre 1704) è stato un filosofo e medico inglese, padre del liberalismo classico, dell’empirismo moderno. Fu uno dei più influenti anticipatori dell’illuminismo e del criticismo. Di lui ricordiamo una frase emblematica e riassuntiva: «Donde [l’intelletto] ha tratto tutti questi materiali della ragione e della conoscenza? Rispondo con una sola parola: dall’esperienza. È questo il fondamento di tutte le nostre conoscenze; da qui esse traggono la loro prima origine».
Nella prefazione al Saggio sull’intelletto umano intitolata Epistola al lettore Locke rivolgendosi ai suoi lettori racconta come ebbe origine il problema oggetto dell’opera: «… essendosi cinque o sei amici miei riuniti nella mia stanza a discutere di argomenti molto diversi dal presente soggetto, ben presto ci trovammo in un vicolo cieco… e dopo aver fatto alquanti sforzi senza con ciò progredire verso la soluzione… a me venne il sospetto che avessimo adottato un procedimento errato; e che prima di applicarci a ricerche di quel genere, fosse necessario esaminare le nostre facoltà e vedere con quali oggetti il nostro intelletto fosse atto a trattare e con quali invece non lo fosse…». Per risolvere quindi i problemi più gravi del suo tempo, come quelli di natura politica e religiosa che determinarono le rivoluzioni inglesi, Locke ritiene necessaria un’analisi – questo il significato di critica – dell’intelletto, cioè della capacità conoscitive dell’uomo, per stabilire quali argomenti egli possa portare a soluzione e quali gli siano esclusi accontentandosi, come egli dice, di «una quieta ignoranza». Sia Bacone, per via empirica, sia Cartesio, attraverso la pura ragione si erano posti lo stesso problema pensando di averlo risolto tramite l’adozione di un metodo le cui regole, se osservate, potevano portare a conoscenze assolute, a verità indiscutibili in ogni campo del sapere. Di fronte all’evidenza dell’insolubilità di certi temi Locke è convinto che questo potere assoluto della ragione, in cui credeva Cartesio, non esista. Quindi noi dobbiamo, per non girare a vuoto su argomenti inaccessibili alla ragione, prima ancora di stabilire le regole di un metodo conoscitivo, cercare di capire quali siano i limiti del nostro conoscere. Anticipando così lo sviluppo di questo tema che prenderà il nome di criticismo in Kant, Locke non è interessato a ricerche fisiologiche o ontologiche, materialiste o spiritualiste, riguardo ai procedimenti della conoscenza ma vuole partire dalla mente dell’uomo costituita di idee intendendo con questo termine «tutto ciò che si intende con immagine, nozione, specie o quanto sia comunque oggetto di attività conoscitive». Sono queste idee i veri oggetti di conoscenza presenti alla nostra mente non la realtà in se stessa e quindi occorre arrivare a stabilire, seguendo il metodo analitico cartesiano, quali siano le idee semplici, chiare e distinte, evidenti con cui poi edificare ordinatamente il nostro mondo conoscitivo. I primi tre libri del Saggio sull’intelletto umano (1690) trattano dell’«origine delle idee», il quarto è dedicato al tema del «la certezza e l’estensione della conoscenza umana, ed insieme i fondamenti e i gradi della credenza, dell’opinione e dell’assenso». In contrasto con i cartesiani e i platonici della scuola di Cambridge, Locke nega che possano esistere idee innate «impresse nella mente dell’uomo, che l’anima riceve agli albori della sua esistenza e porta con sé nel mondo» come l’idea di Dio o dell’infinito, i principi logici, come quello di non contraddizione, i principi morali universali. Tutto quello che ritroviamo nella nostra mente deriva dall’esperienza e non esistono idee che si riscontrino nella conoscenza senza un’origine empirica di esse. Anche se si volesse ridurre l’innatismo a quelle idee che hanno un consenso universale (consensus gentium) per il quale «i principi ammessi da tutto il genere umano come veri, sono innati; quei principi che ammettono gli uomini di retta ragione sono proprio i principi ammessi dall’intero genere umano; noi, e coloro che hanno la nostra stessa opinione, siamo uomini di retta ragione; dunque, poiché noi siamo d’accordo, i nostri principi sono innati». Affermando per esempio che l’idea di Dio la ritroviamo in tutti i popoli è facile dimostrare che se si chiedessero le caratteristiche della divinità questa verrebbe descritta in base alle esperienze particolari dei singoli uomini per cui ciò che veramente hanno in comune le diverse genti non è l’idea di Dio ma il semplice nome. «Ma, ed è la cosa peggiore, questa argomentazione del consenso universale, che viene impiegata per provare l’esistenza di princípi innati, mi sembra una dimostrazione che non c’è nessun principio al quale tutta l’umanità dia il proprio universale consenso. È evidente che tutti i bambini e gli idioti non hanno la minima apprensione o il minimo pensiero di quei princípi. E la mancanza di ciò è sufficiente a distruggere quel consenso universale che deve necessariamente accompagnare tutte le verità innate». Anche per le norme morali o principi logici presunti universali per negare il loro preteso innatismo basti pensare che: « […] fra i bambini, gli idioti, i selvaggi, fra le persone rozze e illetterate, quale genere di massime si potrebbe scoprire? Le loro nozioni sono poche e ristrette, derivano solo da quegli oggetti che sono da loro meglio conosciuti e che impressionano i loro sensi in modo più frequente e più vivido».

L’empirismo di Locke

La negazione delle idee innate non era una novità nella storia della filosofia: Aristotele contrapponendosi a Platone, e San Tommaso a San Bonaventura avevano negato l’innatismo; come del resto anche i cartesiani sensisti che vedevano l’origine delle idee nei sensi, e così anche Gassendi e Hobbes. L’empirismo di Locke si differenzia dagli altri poiché il suo si fonda sulla convinzione che non esista principio, nella morale come nella scienza, che possa ritenersi assolutamente valido tale da sfuggire ad ogni controllo successivo dell’esperienza. Questo vale anche per quei razionalisti, come ad esempio Galileo Galilei e Hobbes, che si rifacevano alla conoscenza verificata dalle conferme dell’esperienza ma che poi consideravano fuori da questa la struttura razionale matematico-quantitativa della realtà, attribuendole un valore assoluto di verità. Galilei affermava che l’intelletto umano, quando ragiona matematicamente, è uguale a quello divino: «…quanto alla verità di che ci danno cognizione le dimostrazioni matematiche, ella è l’istessa che conosce la sapienza divina [..]». Il fine dell’innatismo era proprio quello di sottrarre alcuni principi alla verifica continua dell’esperienza: «Il fatto che gli uomini abbiano trovato alcune proposizioni generali che, una volta comprese, non possono essere sottoposte a dubbio, fu, io ritengo una breve via per concludere che erano innate. Una volta accettata tale conclusione liberò i pigri dalle fatiche della ricerca e impedì a chi aveva dubbi concernenti tutto ciò che una volta per tutte era stato considerato come innato di condurre avanti la propria ricerca. Ed era un vantaggio non piccolo per quelli che si presentavano come maestri ed insegnanti considerare questo come il principio di tutti i principi: i principi non devono essere messi in discussione. Infatti una volta stabilita la tesi che esistono principi innati poneva i suoi seguaci nella necessità di accogliere alcune dottrine appunto come innate: il che voleva dire privarli dell’uso della propria ragione e del proprio giudizio e porli nella condizione di credere ed accettare quelle dottrine sulla base della fiducia, senza ulteriore esame. Messi in questa posizione di cieca credulità, potevano essere più facilmente governati e diventavano più utili per una certa specie di uomini, che avevano l’abilità e il compito di dettar loro i principi e di guidarli». Le parole di Locke sembrano riecheggiate in quanto scriveva Kant quasi un secolo dopo nel 1784 nel suo saggio Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?: «L’illuminismo è dunque l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro, Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo». Ma gran parte degli uomini, aggiungeva Kant, arrivando alla stessa conclusione di Locke, pur essendo stati creati liberi dalla Natura (“naturaliter maiorennes”) si accontenta molto volentieri di rimanere “minorenne” per tutta la vita. Questa condizione è dovuta o a pigrizia (non assumersi le proprie responsabilità è una scelta comoda), o a viltà (non si ha il coraggio di cercare la verità). In ogni caso il risultato di questa non-scelta è la facilità per i più scaltri (o i più potenti) di erigersi ad interessati tutori di costoro. Nel secondo libro del Saggio Locke classifica i vari tipi di idee derivate dall’esperienza per scoprire i limiti reali del nostro conoscere. In base all’esperienza possiamo distinguere iIdee di sensazione, quelle cioè che provengono dall’esperienza esterna, dalle sensazioni come, ad esempio, i colori. La formazione di queste idee avviene secondo quanto già indicato da Hobbes: dagli oggetti esterni provengono dati che s’imprimono su quella tabula rasa che è la nostra sensibilità. Idee di riflessione riguardano l’esperienza interna o riflessione sugli atti interni della nostra mente come le idee di dubitare, volere ecc. Una seconda distinzione riguarda: le idee semplici quelle che non possono essere scomposte in altre idee e che quindi sono di per sé chiare e distinte, evidenti ma che, diversamente da Cartesio, non implicano un contenuto di verità ma soltanto il fatto di costituire gli elementi primi conoscitivi derivati in forma immediata dalla sensazione o dalla riflessione. Che la loro semplicità non implichi la verità si basa su quanto già affermato da Galilei sulla soggettività delle sensazioni di colori, suoni ecc. Locke similmente distingue fra idee di qualità primarie che sono oggettive come quelle caratteristiche che appartengono di per sé ai corpi (l’estensione, la figura, il moto ecc.) idee di qualità secondarie, soggettive (colori, suoni, odori, sapori ecc.) che non sono inventate (l’intelletto non ha la capacità di creare idee semplici) ma che non hanno corrispondenza nella realtà. le idee complesse, nel produrre le quali il nostro intelletto non è più passivo, bensì riunisce, collega e confronta le idee semplici originando tre tipi di idee complesse: di modi ciooè quelle idee complesse che si considerano non sussistenti di per sé ma afferenti a una sostanza, come il numero, la bellezza ecc. ovvero tutte quelle che non fanno parte delle sostanze o delle relazioni; di sostanze cioè idee che riguardano il sostrato, supposto ma sconosciuto, che fa da sostegno alle qualità degli oggetti; di relazioni cioè idee che nascono dalla comparazione delle idee tra di esse (idee di causa-effetto, di identità, di etica, ecc.). Critica dell’idea di sostanza Contrariamente a quanto sostenuto nella storia della filosofia da Aristotele in poi Locke afferma che non si può parlare della sostanza come di una realtà metafisica in quanto essa si origina dal fatto che noi abitualmente osserviamo che l’esperienza ci mostra un insieme di idee semplici che si presentano concomitanti: come, ad esempio, il colore e il sapore di una mela: tendiamo allora a pensare che all’origine di questa concomitanza vi sia un substrato, un elemento essenziale (la sostanza “mela”) che però possiamo solo supporre che ci sia ma non dimostrare empiricamente. Locke afferma: «Le nostre idee dei vari tipi di sostanze non sono altro che collezioni di idee semplici, con in più la supposizione di qualcosa cui esse appartengono ed in cui sussistono, benché di questo supposto qualcosa non si abbia da parte nostra affatto alcuna idea chiara e distinta». Perciò sono da ritenere insussistenti i pilastri del razionalismo cartesiano: la res extensa, la presunta sostanza corpo, non è altro che il presentarsi assieme delle idee semplici di solidità ed estensione e la res cogitans, la supposta sostanza spirito, non è altro che la concomitanza di certe attività della sensibilità interna come lo scegliere, il volere ecc.
Critica dell’idea di causa-effetto. Le idee di relazioni sono quelle che stabiliscono dei rapporti tra le idee come avviene con l’idea di relazione causa-effetto per cui se sperimentiamo, ad esempio, che la cera si scioglie sottoposta a calore, tendiamo a pensare, dalla ripetitività di questo fenomeno, che ci sia un rapporto di causa-effetto. Mentre Hume negherà l’esistenza di tale rapporto, Locke ritiene che si tratti di una semplice, non necessaria connessione di idee della quale non possiamo affermare con certezza che il collegamento di queste corrisponda con la realtà.

Il liberalismo politico

«Lo stato mi sembra la società degli uomini costituita soltanto per conservare e accrescere i beni civili. Chiamo beni civili la vita, la libertà, l’integrità del corpo e la sua immunità dal dolore, e il possesso delle cose esterne, come la terra, il denaro, le suppellettili ecc…». Nell’ambito della riflessione politica, Locke cercò di ideare un sistema basato sull’utile della convenienza, che potesse fornire il miglior vantaggio per tutti. Dapprima gli parve che solo lo stato assolutistico hobbesiano potesse garantire il raggiungimento di questi scopi. Ma in seguito al fallimento della restaurazione monarchica degli Stuart, egli si convinse che lo stato assoluto non si adattava alle tendenze naturali che gli uomini cercano di assecondare unendosi in società. Per questo, Locke entrò gradualmente a far parte del Partito Whig (più tardi chiamato Partito Liberale), e nel 1690 pubblicò anonimamente i Due trattati sul governo, che non possono essere considerati una apologia della “gloriosa rivoluzione inglese” (1688-1689) ma semmai ne costituiscono solo una giustificazione giuridica e politica a posteriori. Tuttavia, è altresì assodato che la maggior parte dell’opera era già stata scritta negli anni precedenti la pubblicazione. I trattati di Locke avanzavano prioritariamente una polemica contro il potere paternalistico, teorizzato da Robert Filmer (1588-1653), nell’opera “Il Patriarca” sostenendo che il potere monarchico derivava da Adamo, al quale era stato trasmesso da Dio e contro il potere dispotico e assolutista al centro della riflessione hobbesiana. Per Locke la natura e i contenuti stessi del patto tra sudditi e sovrano erano profondamente diversi da quelli teorizzati da Hobbes. Lo stato di natura, inteso come la c ondizione iniziale dell’uomo, secondo Locke non si manifesta come un “bellum omnium contra omnes” ma come una condizione che può invece portare a una convivenza sociale. Locke nega che vi siano leggi naturali innate ma: «Non vorrei si credesse per errore che, siccome qui nego l’esistenza di una legge innata, allora io ritenga che esistano solo leggi positive. Per una considerevole quantità di aspetti c’è differenza fra una legge innata e una legge di natura, fra qualcosa di impresso originariamente nella nostra mente e qualcosa di cui, pur essendone ignoranti, possiamo acquisire conoscenza e consapevolezza attraverso la pratica e la necessaria applicazione delle nostre naturali facoltà». Le leggi stabilite dalla natura, tali che siano valide per tutti gli uomini esistono anche se non sono innate: per conoscerle l’unica via è quella di ricercarle e analizzarle con il nostro intelletto. Locke partiva dalla teoria del contrattualismo (già avanzata da Thomas Hobbes e ripresa poi nel celebre Contratto Sociale di Jean-Jacques Rousseau). Nello Stato di natura tutti gli uomini possono essere uguali e godere di una libertà senza limiti; con l’introduzione del denaro e degli scambi commerciali, tuttavia, l’uomo tende ad accumulare le sue proprietà e a difenderle, escludendone gli altri dal possesso. Sorge a questo punto l’esigenza di uno stato, di una organizzazione politica che assicuri la pace fra gli uomini. A differenza di Hobbes, infatti, Locke non riteneva che gli uomini cedessero al corpo politico tutti i loro diritti, ma solo quello di farsi giustizia da soli. Lo Stato non può perciò negare i diritti naturali, vita, libertà, uguaglianza civile e proprietà coincidente con la cosiddetta property, violando il contratto sociale, ma ha il compito di tutelare i diritti naturali inalienabili propri di tutti gli uomini. Locke infatti sosteneva la doppia natura pattizia, come nella più autentica tradizione giusnaturalista: Pactum Unionis o Societatis e Pactum Subiectionis. In Hobbes, invece, i due patti erano unificati nel patto d’unione secondo il quale i sudditi, emancipandosi dallo stato di natura alienavano tutti i diritti al sovrano, tranne uno: il diritto alla vita. Questo, tuttavia, non era una “umana concessione” del sovrano ai sudditi, un diritto elargito graziosamente, ma un principio di cautela di cui si dotava egli stesso. Infatti il sovrano, dato che era la materializzazione dell’insieme dei sudditi e dei loro diritti, se non avesse mantenuto in capo a questi ultimi il diritto alla vita, avrebbe corso il rischio di essere esso stesso ucciso. In Locke, invece, nel passaggio dallo stato di natura allo stato civile o politico il suddito conserva tutti i diritti tranne quello di farsi giustizia da sé. Anzi, il passaggio allo stato civile o politico (passaggio necessario per poi approdare al governo) è indispensabile proprio per tutelare tutti i diritti che lo stato di natura assegna all’uomo (a partire dalla proprietà). Questo comporta, quindi, l’istituzione di nuove figure atte a far rispettare questa disposizione: i magistrati, i tribunali e gli uomini di legge. Rimane comunque la regola generale che non possa stabilirsi a priori quali siano le condizioni necessarie per il buon governo ma tutto dipende dalle capacità umane di far tesoro delle esperienze passate: «Poiché il buon andamento degli affari pubblici o privati dipende da vari e sconosciuti umori, interessi e capacità degli uomini con cui abbiamo a che fare nel mondo, e non da alcune idee stabilite di cose fisiche, politica e saggezza non sono suscettibili di dimostrazione. Ma un uomo trova su questo terreno l’aiuto principale dell’indagine dei dati di fatto, e in un’abilità di scovare una analogia tra le varie operazioni e i loro effetti. Ma se questa direzione negli affari pubblici o privati avrà buon esito, se il rabarbaro purificherà o il chinino curerà una febbre malarica, tutto ciò si può conoscere solo con l’esperienza, e fondata sull’esperienza, o su ragionamenti analogici, non c’è che probabilità, non invece una conoscenza o dimostrazione».

Le caratteristiche del potere

Per Locke il potere non è e non può essere concentrato nelle mani di un’unica entità, né tanto meno è irrevocabile, assoluto e indivisibile. Il potere supremo è il potere legislativo che è supremo, non perché senza limiti, ma perché è quello posto al vertice della piramide dei poteri, il più importante. È il potere di predisporre ed emanare leggi e appartiene al popolo che lo conferisce per delega ad un organo preposto ad adempierlo, che è costituito dal Parlamento. Subordinato al potere legislativo, c’è il potere esecutivo che spetta al sovrano e consiste nel far eseguire le leggi. Successivamente Locke individua altri due poteri ascrivibili ai precedenti: il potere giudiziario rientrante nel potere legislativo, è preposto a far rispettare la legge, la quale deve essere unica per tutti e deve far sì che tutti siano uguali di fronte ad essa e che ci sia certezza del diritto (principio di legalità). Quindi il potere legislativo esplica due funzioni: quella di emanare leggi e quella di farle rispettare. Il potere federativo – nel significato derivato dal latino foedus, patto – che rientra nel potere esecutivo e prevede la possibilità di muovere guerra verso altri Stati, di stipulare accordi di pace, di intessere alleanze con tutte quelle comunità extra-pattizie, ovvero che si collocano al di fuori della società civile o politica. Se così non fosse stato, il popolo avrebbe avuto il diritto di resistenza contro un governo ingiusto.

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