Il cambio della guardia deciso dal vescovo Carbonaro scuote Potenza e dintorni. Don Franco Corbo, storico parroco dei Santi Anna e Gioacchino, viene destinato ad Avigliano; al suo posto arriverà don Antonio Laurita, oggi a Pignola; don Marcello Cozzi lascerà anche lui la parrocchia dei Santi Anna e Gioacchino per un’altra sede nel Napoletano. La notizia, semplice nell’oggetto, è complessa nelle conseguenze. I fedeli si dicono pronti a manifestare: raduno di preghiera in piazza don Colucci e, come extrema ratio – sic! -, la decisione di non entrare in chiesa durante le funzioni. A Pignola, davanti alla Chiesa Madre, c’è chi minaccia addirittura lo sciopero della fame se don Antonio dovesse partire. Nelle due parrocchie il termometro dell’umore segna febbre alta; e non è un dettaglio che Santi Anna e Gioacchino, stando a una ipotetica classifica fondata su dati statistici, sia la seconda realtà cittadina per peso pastorale. Per don Antonio, molto attento ai giovani, il trasferimento suona come una promozione. Ma la promozione di uno non dovrebbe trasformarsi in ferita per altri: e qui sta il punto.
Prima di tutto, i fatti hanno un volto. Don Franco ha 85 anni e sessant’anni di ministero alle spalle. È un prete che nel tempo ha praticato una pastorale di prossimità: ascolto lungo nelle sacrestie, visita ai malati, attenzione alle famiglie fragili, sguardo vigile su povertà vecchie e nuove. Chi lo frequenta sa che il suo è stato un ministero di strada: una porta sempre aperta, una parola franca, una predicazione capace di intrecciare Vangelo e vita concreta senza sofismi. Di lui si dice che non abbia mai barattato la coscienza con la convenienza: se c’era da offrire una critica, lo faceva a prescindere da chi fosse al governo, locale o nazionale. Questo, nel giudizio di molta gente, non è “fare politica”, ma esercitare un magistero di coscienza: ricordare ai poteri – tutti – che il metro del Vangelo è più alto di ogni bandiera.
Tuttavia, un conto è l’affetto legittimo del popolo, un altro è l’ordine della Chiesa. Sul piano del diritto, la partita è meno emotiva e più lineare. Il Codice di Diritto Canonico affida al vescovo la nomina dei parroci (can. 523) e tutela la “stabilità” dell’ufficio (can. 522), ma prevede anche la possibilità di trasferimento per il bene delle anime (can. 1748), seguendo procedure e garanzie che tengono insieme la libertà del vescovo e i diritti del sacerdote. Non esiste – salvo diverse disposizioni particolari diocesane – un limite d’età che automaticamente faccia cessare l’ufficio del parroco; esiste però una prassi, e spesso norme particolari, per cui al compimento di una certa età il presbitero è invitato a rimettere il mandato. In ogni caso, l’autorità diocesana può trasferire un parroco per motivi pastorali, con l’obiettivo superiore che il diritto stesso indica come bussola: la salus animarum, la salvezza delle anime, “che nella Chiesa deve essere sempre la legge suprema” (can. 1752).
Questo non vuol dire che i fedeli non possano far sentire la loro voce. Anzi, il can. 212 riconosce a tutti i battezzati il diritto – e talora il dovere – di manifestare ai pastori il proprio pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa. Ma lo stesso canone chiede che lo si faccia con rispetto, competenza e prudenza. Tradotto: veglie di preghiera, lettere firmate, incontri comunitari, proposte costruttive; meno utili, per non dire controproducenti, sono i boicottaggi dei sacramenti o gli scioperi della fame.
Sullo sfondo c’è un’idea che merita attenzione: “vecchio” e “nuovo” insieme. Non come formula di compromesso, ma come stile pastorale. Il diritto offre strumenti elastici. Esiste la figura del vicario parrocchiale (can. 545-552), che affianca il parroco; esiste l’ipotesi della cura in solidum (can. 517 §1), un’équipe di presbiteri che condividono la responsabilità sotto la guida di un moderatore; esiste il titolo di parroco emerito, spesso riconosciuto a chi lascia l’ufficio dopo una lunga fedeltà, consentendogli di continuare un servizio prezioso nella misura delle forze. In concreto: si può immaginare un tempo di affiancamento, un passaggio morbido, una consegna delle chiavi non solo dell’ufficio, ma delle relazioni. Il vecchio non è un usato da rottamare; è memoria viva, sapienza di popolo, grammatica non scritta di una comunità. Il nuovo non è un azzardo; è fiato fresco, domande, energia, sguardo sul futuro. Insieme, possono essere un ponte.
A questo punto pongo una domanda semplice: a chi giova trasformare un avvicendamento in guerra di trincea? È comprensibile l’attaccamento a don Franco; è legittimo il desiderio di trattenere don Antonio a Pignola, dove tanti lo riconoscono come presenza amica specialmente tra i giovani. Ma proprio l’attenzione ai giovani – che sono i primi a disamorarsi davanti a litigi di sacrestia – chiede passi adulti: sedi di confronto, trasparenza di motivazioni, tempi di transizione spiegati e accompagnati, un calendario pubblico che dica come, quando e con quali priorità avverrà il passaggio. La comunicazione, in questi casi, è pastorale pura: senza parole chiare si riempie l’aria di sospetti.
Il nodo politico? C’è chi dipinge don Franco con colori di partito. È una semplificazione comoda per archiviarlo senza ascoltarlo. Nelle comunità vive le parole scomode non sono un difetto di fabbrica; sono anticorpo contro l’anestesia. Un prete che “disturba” le coscienze talvolta fa esattamente il suo mestiere. E qui vale una distinzione: quando una critica nasce dal Vangelo – dalla dignità dei poveri, dalla giustizia, dalla pace – non è militanza di parte; è fedeltà a una Parola che supera le parti. Nessuno è obbligato ad applaudire; tutti sono tenuti a misurarsi con l’argomento, non con l’etichetta.
C’è poi un dato pastorale che non possiamo ignorare: Santi Anna e Gioacchino, per dimensioni e attività, è un crocevia cittadino. Un cambio al timone non è solo un fatto interno: tocca associazioni, oratori, percorsi educativi, caritas, famiglie. Qui la “utilità delle anime” si misura in scelte concrete: continuità dei cammini già avviati; cura delle fragilità che non conoscono pause; presenza sul territorio; ascolto delle periferie. Don Antonio, per profilo e sensibilità, ha tutto da guadagnare da un ingresso che non somigli a uno sbarco, ma a una visita attesa. Don Marcello, destinato altrove, porta con sé un tratto di quella storia; e ad Avigliano don Franco potrà ancora seminare, con la libertà di chi sa che la vigna non è sua ma del Signore.
Quale via d’uscita? Una proposta, tra le tante possibili: istituire un tavolo di comunità – parroci interessati, laici referenti delle realtà parrocchiali, delegato del vescovo – per definire un patto di transizione. Durata chiara, obiettivi misurabili, impegni reciproci. Nel frattempo, custodire la comunione con gesti semplici: la preghiera comune (anche in piazza, se si vuole), la partecipazione all’Eucaristia con la libertà dei figli, la scelta di parole che costruiscono. Nessuno chiede di spegnere le emozioni; ma la passione si vede dal frutto, non dal volume. Alla fine, l’ultima riga è la prima: salus animarum. Non è uno slogan curiale; è la ragione per cui esistono parrocchie, diocesi, vescovi e preti. Se l’obiettivo è quello, tutto il resto – incarichi, trasferimenti, titoli – rientra nell’ordine delle cose. La Chiesa non è un’azienda, ma non è nemmeno un condominio; è un popolo in cammino che, come ogni popolo, ha bisogno di guide e di regole. “Quando si aderisce a una struttura religiosa bisogna accettarne le regole” si potrebbe dire. È vero. Ma è altrettanto vero che quelle regole hanno senso solo se servono la libertà del Vangelo. Vecchio e nuovo insieme, dunque: non come alibi, ma come scelta esigente. Che ciascuno faccia la sua parte: il vescovo con parresia e ascolto, i preti con obbedienza intelligente, i fedeli con la pazienza dei costruttori.

