Tecniche di dissuasione lucane

Vi racconto la mia versione sulla storia delle nomine dei direttori generali in Basilicata. Si parte dal bando, che, standardizzato, presuppone una serie di requisiti, alias competenze, variamente dimostrabili. Sul presupposto che la scelta sarà discrezionale, benché tecnica, e cioè che i requisiti tecnici verranno valutati discrezionalmente, si procede alla selezione.

Non si va molto per il sottile sulla valutazione dei curriculum (quant’è brutto curricula, cioè a me proprio non piace quindi erro sapendo di errare, ma per il gusto), tanto è vero che talvolta capita che un tizio qualsiasi viene ritenuto più competente di un altro, sebbene esistano e siano palpabili differenze notevoli, ma, allora, diamine, che significa discrezionalità, se non fare quello che cavolo si vuole? (Sul punto esisterebbe un inquadramento diverso del problema, ma appartiene al mondo della dottrina e della giurisprudenza che difficilmente si confondono con le umanissime nomine dei direttori generali).

Vince tizio, e, subito, si tessono gli elogi del suo curriculum, lo si proclama competente, ella peppa se competente, grazie a commenti compiacenti di politici di riferimento, gli avversari, i sindacati, borbottano un po’, ma fa parte della scena montata a arte, poi si disinteressano della vicenda e aspettano che arrivi il contentino.

C’è sempre qualcuno che, però, vuole vederci chiaro, fiuta l’imbroglio, sente che la nomina è tutta politica e che con la valutazione delle competenze ci entra come la nutella sul ragù e chiede di guardare gli atti.

E qui comincia la prova di resistenza. Gli atti non si fanno vedere, o li si mostra all’ultimo momento e magari parzialmente. Il candidato curioso comincia, o dovrebbe cominciare, a perdere colpi. Se non glieli si mostra deve fare ricorso al Tar, quindi pagare un avvocato e aspettare diciamo almeno sei o sette mesi. La politica, tutta, confida che non lo farà, ma se proprio lo fa, basta rallentare i tempi al massimo e vedrete che dalla sentenza che consente l’accesso, all’accesso vero e proprio pure passa qualche altro mese. Beninteso le spese di lite saranno sì a carico dell’ente che non aveva concesso l’accesso, ma fino a quando dovrà pagarle, non avendo mai la premura di farlo subito, come converrebbe in un paese mediamente civile, passerà tantissimo altro tempo, magari sarà necessario un altro giudizio, che si chiama di ottemperanza (quindi vai dall’avvocato, pagalo, ecc. ecc.), insomma tanto tempo da sfiancare un mulo.

Quindi dopo un anno hai speso un sacco di soldi e puoi finalmente guardarti le carte.

I capelli si rizzano, bestemmi, porco qui, porco lì e decidi di fare ricorso. Ma hai già speso un sacco di soldi e poi, quanto tempo ci vorrà? Pensi che se la giustizia dura tanto un motivo c’è sempre. Quindi desisti. Hanno vinto loro, con classe, in silenzio, nobilmente.

Se non desisti, e sei armato di una volontà ferrea, oltre che di un gruzzolo di danaro da spendere, torni dall’avvocato, lo paghi e cominci una causa cosiddetta di lavoro. Ovviamente non potrai chiedere di essere sostituito al nominato, ma potrai chiedere solo il risarcimento del danno, se provato. Infatti se chiedi un provvedimento di urgenza, a parte il fatto che è passato già un annetto, nessun giudice ti concederà un provvedimento immediato, perché, dicono, si tratterebbe comunque di un danno economico risarcibile, giammai di uno smacco alla tua dignità.

Quindi se ti va bene dopo un altro paio di anni avresti diritto, forse, a una somma di danaro. Certo, c’è l’appello e la cassazione e magari un giudice ostile, quindi metti in conto che dopo dieci anni stai ancora aspettando (giuro è successo tantissime volte). Poi, a sentenza definitiva, ricominci con giudizio di ottemperanza, perché non ti pagano, nomina del commissario, riconoscimento debito fuori bilancio ecc. ecc.

Tutto questo, loro, i politici, lo sanno benissimo, quindi fanno quello che cazzo vogliono.

In democrazia l’opposizione servirebbe anche a fare controlli di questo tipo, ma la nostra democrazia è geneticamente modificata, vive di aria e briciole, non è scritto ma è così, lo sanno anche i muri.

Ho dato uno sguardo a un’assise consiliare di un ente locale molto di recente. Uno spettacolo raccapricciante, una farsa, peraltro noiosa, neanche comprensibile, perché al nulla si intercalano termini tecnici.

Ora l’Italia, la Basilicata stanno a questo vergognoso punto di non ritorno. Anche per questo, io, non voterò.

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Luciano Petrullo
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