“Storia” sotto verifica

Il 26 giugno la deputata torinese di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli ha puntato il dito contro Trame del tempo, manuale di storia per i licei pubblicato da Laterza. Il testo, sostiene, sarebbe «fazioso» nel descrivere il governo Meloni. Nel giro di poche ore il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha chiesto all’Associazione Italiana Editori (AIE) una «verifica dei fatti» da cui potrebbero scaturire sanzioni o ritiro dell’opera.

La scintilla sono venti righe del terzo volume, pagina 666: Fratelli d’Italia vi è chiamata «erede del fascismo» e «distinta in misure liberticide» come il ddl Sicurezza e i «piani di deportazione dei migranti». Gli autori – Caterina Ciccopiedi, Valentina Colombi e Carlo Greppi – difendono il passaggio. Si teme l’effetto museruola sull’editoria.

Al coro di Montaruli si unisce la collega Grazia De Maggio, mentre FdI prepara un’interrogazione. Valditara ribadisce che «a scuola non si fa propaganda». L’AIE, però, non ha competenze per giudicare contenuti scientifici: la mail ministeriale appare più pressione politica che vaglio tecnico.

Alessandro Laterza parla di «anticamera della censura». In una lettera pubblica ricorda che la Costituzione esclude controlli preventivi e cita il precedente del 2000, quando la giunta Storace propose una commissione per sorvegliare i manuali di storia, poi naufragata.

Intanto l’edizione “rossa” del manuale è adottata in decine di licei tra Torino, Milano e Roma. Il sindacato Cub Scuola lo definisce «attacco alla libertà d’insegnamento», mentre docenti ricordano che i programmi invitano a coltivare il pensiero critico, non a sterilizzarlo.

Da Palazzo Chigi si invocano «oggettività» e «pluralismo», ma lo stesso ministero è stato accusato di strumentalizzare l’istruzione. Storici e pedagogisti ricordano che un manuale non è un testo sacro: gli insegnanti lo integrano con fonti plurali e verifiche in classe, responsabilità che la legge affida alla loro autonomia professionale.

Anche per questo la richiesta di verifica all’AIE viene letta come un precedente pericoloso: se domani un governo potrà bollare come «faziosa» un’interpretazione cosa impedirà a un altro di fare lo stesso su diritti civili o crisi climatica? Non si tratta di difendere un passo di manuale ma di garantire che la ricerca storica – per sua natura critica e controversa – non sia piegata alle esigenze di costruire identità nazionali a uso politico.

Il richiamo al ventennio non è retorico: tra il 1925 e il 1926 le leggi fascistissime abolirono i partiti d’opposizione, trasformarono l’Agenzia Stefani in megafono del regime e imposero il giuramento agli insegnanti. Anche i manuali vennero riscritti dall’Istituto di cultura fascista per diffondere il mito della nazione in armi. Quelle pagine, oggi studiate come esempio di manipolazione, ricordano quanto costi cedere a piccoli colpi di limetta sull’autonomia culturale. La distanza fra un’e-mail di sollecito e la censura integrale è grande, ma la traiettoria – ammoniscono gli storici – è la stessa: insinuare che la verità storica sia materia di decreto, non di ricerca.

Per questo la contesa su Trame del tempo riguarda tutta l’editoria. In un’Europa dove l’Ungheria riscrive i manuali e la Polonia post-PiS cancella pagine sgradite, la tentazione di governare la memoria resta viva. Se il ministero insistesse su una “commissione di verità”, ogni disciplina – dalla Shoah al colonialismo – rischierebbe il freno a mano. In attesa di criteri chiari, resta il dettato secco dell’articolo 21: «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». È un monito che vale anche per i manuali, le cui pagine devono restare libere di far discutere: la democrazia non teme le idee, ma la loro soppressione.