Cronaca di una gentilezza

di Caterina Iannelli

L’altro giorno ero per strada con la mia bimba di un anno  una di quelle creature ancora ignare della fatica, dell’INPS, e delle notifiche di Equitalia. Lei, piena di vita e biscotti sbriciolati nelle manine ha sorriso ad un signore. Non per convenienza, non per seduzione sociale, non perché doveva vendere un corso online da 39 euro e 99. No. Solo perché sì.

Il signore, sorpreso come chi ritrova una moneta da 200 lire nel cassetto dei calzini, ha risposto con un sorriso a trentadue denti o almeno, quelli sopravvissuti. Poi ha detto:

“Grazie per avermi sorriso.”

Ed è lì che ho capito che la gentilezza è ormai così rara che quando la si incontra, la si ringrazia come se fosse un miracolo eucaristico.

L’educazione oggi è come il cash: nessuno ce l’ha, ma tutti ne parlano.

Viviamo in tempi meravigliosi, dove “buongiorno” è un optional e “grazie” sembra un’offesa passiva-aggressiva. Nelle file (quelle dove si passa la vita: poste, CUP e panetteria), gli sguardi si incrociano solo per sfida. I sorrisi sono sospetti. Se saluti qualcuno per strada, ti chiedono subito se vuoi convertirlo a qualche religione o vendergli un’aspirapolvere folletto.

Ma i bambini no.

Loro non sanno ancora che sorridere senza un secondo fine è una pratica obsoleta, tipo mandare SMS o spegnere il modem per far partire Internet.

La gentilezza è un atto sovversivo.

Oggi essere gentili è un gesto rivoluzionario. È l’arte del disinnescare il cinismo, dell’offrire un sorriso a chi vive col muso per contratto.

Siamo pieni di motivi per essere scorbutici: lo stress, il traffico, le newsletter mai richieste, il tizio al telefono che ti dice ti rubo solo un minuto e poi parte con la descrizione dettagliata di un contratto luce-gas-vita. Eppure basta un sorriso di ottanta centimetri di umanità per fare breccia in tutto questo.

Perché diciamocelo la gentilezza non cambia il mondo.

Ma cambia un attimo. E quell’attimo, a volte basta a salvare una giornata.

La gentilezza vera è quella che non fa rumore, non posta selfie, non cerca medaglie.

È un bambino che sorride ad uno sconosciuto.

È un signore anziano che ringrazia come se avesse ricevuto un regalo.

Quindi sì, mia figlia ha sorriso. E quell’uomo si è sentito visto. Non scrollato, non ignorato, non evitato per paura che fosse strano. Visto.

E allora, per una volta, facciamo come i bambini.

Non serve cambiare il mondo.

Basta essere quell’idiota sorridente che illumina una giornata qualsiasi.

E magari, un giorno, qualcuno dirà anche a noi:

Grazie per avermi sorriso.