Sicurezza rovesciata

La mappa della Global Sumud Flotilla bloccata al largo di Creta (nella foto) non è soltanto una foto di corredo: è quasi una prova politica. Dice che l’azione israeliana non è avvenuta davanti a Gaza, ma molto prima, in acque internazionali, a centinaia di miglia dalla destinazione dichiarata. Secondo le ricostruzioni delle agenzie e degli organizzatori almeno 22 imbarcazioni sono state intercettate e circa 175 attivisti fermati; Palazzo Chigi ha condannato il sequestro delle navi e chiesto l’immediata liberazione degli italiani «illegalmente fermati», mentre la Farnesina ha attivato i canali diplomatici per la tutela dei connazionali.

Si può discutere di blocchi navali, diritto internazionale, sicurezza israeliana, modalità dell’iniziativa. Ma resta un punto: quando una missione civile, dichiaratamente non violenta, viene abbordata lontano dall’area di guerra, la parola “sicurezza” comincia a suonare come una coperta troppo corta. Copre l’arbitrio, lascia scoperta la dignità del diritto. E se un governo italiano, non sospettabile di ostilità pregiudiziale verso Israele, parla di italiani illegalmente fermati il fatto politico è già lì.

Poi si torna in Italia e si trova un altro Mediterraneo, più piccolo ma non meno inquietante: quello della memoria contesa. A Milano, nel ricordo di Sergio Ramelli, il corteo dell’ultradestra si è chiuso con il rito del “presente” e i saluti romani, davanti a circa duemila partecipanti. Ramelli fu una vittima degli anni di piombo e la sua uccisione resta una vergogna della violenza politica. Ma proprio per questo la memoria non può diventare licenza di restaurazione simbolica. Ricordare un morto non autorizza a riesumare il gesto del regime.

Gli anni di piombo non ebbero un solo colore del lutto. Ebbero vittime a destra, a sinistra, nelle istituzioni, tra cittadini che non c’entravano nulla. La contabilità dei morti, quando diventa bandiera, offende i morti due volte: prima li arruola, poi li usa contro altri morti. Perciò è legittimo condannare senza ambiguità chi, nei cortei sedicenti antagonisti o nei gruppi black bloc, usa la violenza come linguaggio politico. Ma la stessa nettezza deve valere per chi strizza l’occhio ai camerati, ai saluti fascisti, alle nostalgie nere, alle frange dell’estrema destra israeliana e del sionismo nazionalista trasformato in culto della forza.

Il terzo episodio chiude il cerchio. A Roma, dopo il corteo del 25 aprile due iscritti all’Anpi sono stati colpiti da spari esplosi con una pistola da softair. L’uomo fermato, secondo Ansa, è un ventunenne accusato di tentato omicidio; la Comunità ebraica romana e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane hanno condannato senza riserve ogni violenza. Anche qui la realtà è più seria delle tifoserie: non esiste causa, memoria, bandiera o identità che possa giustificare colpi contro persone riconoscibili per un fazzoletto partigiano.

Il punto, allora, è semplice. Chi governa e predica ordine dovrebbe avere il coraggio di separarsi davvero da ogni ambiguità: fascista, squadrista, suprematista, militarista. Invece troppo spesso la condanna arriva forte contro il disordine altrui e flebile davanti al disordine amico. E intanto si invocano decreti sicurezza come amuleti: più reati, più pene, più annunci. Peccato che non bastino a impedire saluti romani, aggressioni, intimidazioni, pistole giocattolo usate come armi reali e navi civili sequestrate in mare. La sicurezza, quando diventa propaganda, non protegge il Paese: lo abitua soltanto alla paura.