Sessantamila grida, zero scuse

Non c’è giro di parole capace di assottigliare l’orrore: sessantamila vite palestinesi spente mentre il mondo democratico si trastulla con i propri alibi. Appena osi nominarle spunta puntuale l’etichetta infamante: “antisemita”. Un trucco logoro, usato come scudo d’ordinanza per zittire ogni voce scomoda e mantenere intatta l’immunità morale di chi bombarda quartieri interi. Ma un crimine resta un crimine e chiamarlo col suo nome non è odio: è responsabilità.

Il comando politico-militare israeliano ha trasformato la Striscia in un laboratorio di assedio permanente: convogli umanitari lasciati a marcire ai checkpoint, ospedali ridotti a macerie fumanti, emergenza idrica usata come leva di ricatto. A ogni nuova ondata di bombe segue la solita filastrocca: “terroristi usati come scudi umani”. Intanto i corpi minuscoli estratti dal cemento non rientrano mai nei resoconti ufficiali; troppo piccoli per far notizia, abbastanza pesanti da inchiodare le coscienze.

Eppure, nel salotto buono delle diplomazie occidentali, tutto scivola via tra sorrisi di plastica e contratti d’armi luccicanti. Washington blatera di “diritto a difendersi” mentre consegna munizioni guidate; Bruxelles esita, sospira, poi proroga gli accordi commerciali; Roma firma la solita nota di “profonda preoccupazione” e torna a contare i barili di gas nel Mediterraneo. Una coreografia ipocrita, dove l’unica costante è la complicità lucrativa.

La narrativa dominante pretende di equivalere la critica al massacro con l’odio verso un intero popolo. È l’ultima linea di difesa di un sistema che teme la parola “apartheid” più della catasta di cadaveri che lo sostiene. Ma è finita l’epoca dei distinguo accademici: chi rifiuta di vedere il genocidio dei palestinesi si rende complice, al pari di chi preme il grilletto o firma il bonifico.

Le immagini di Gaza non lasciano spazio all’ambiguità: a ogni alba il sole illumina case sventrate, scuole devastate, una generazione condannata all’inferno prima ancora di imparare a scrivere. Chiamatela come volete – pulizia etnica, sterminio a intermittenza, castigo collettivo – ma non pretendete di renderla digeribile con l’ennesima risoluzione Onu senza denti.

Se la comunità internazionale non impone subito un embargo militare e sanzioni degne di questo nome verrà ricordata come la platea che applaudiva mentre un popolo veniva cancellato. Chi invoca la “complessità” si rifugi pure nei suoi caveau di cinismo; la storia, quella vera, non concede sconti a chi sceglie il silenzio. Basta slogan, basta fraintendimenti: fermare il genocidio non è una posizione politica è il minimo sindacale di umanità.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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