Siamo cresciuti in un mondo che appiccica il sigillo «utopia» su ogni idea che chiede coraggio; lo usa come spillo per immobilizzare il possibile, proteggendo un ordine esausto come una poltrona sfondata sotto un telo impolverato. Basta alzare quel telo per scoprire molle arrugginite: guerre interminabili, impieghi che dissanguano, confini che mordono. C’è chi sostiene che sia il meglio raggiungibile. Non lo è.
Esiste un’altra architettura, disegnata in cerchi invece che in piramidi. Là nessuno comanda e nessuno obbedisce in silenzio: si decide insieme, nella luce di assemblee di quartiere, consigli di officina, reti digitali aperte. Il potere diventa servizio a rotazione, revocabile in ogni istante. Non è fantasia. Lo dimostrano i cantieri solidali che ricostruiscono paesi dopo un terremoto, le cooperative che condividono utensili e profitti, le biblioteche popolari dove il silenzio diventa seme di conoscenza condivisa.
Quando il coordinamento è orizzontale germoglia un terreno fertile per la pace, quella autentica, non la tregua armata tra loghi. Finché qualcuno dovrà piegarsi per mangiare qualcun altro sarà pronto a sparare pur di non piegarsi. Spezzare il ciclo significa riconoscere a ogni persona un reddito di base che tuteli la dignità di esistere. Poi remunerare il lavoro in proporzione alla creatività, alla responsabilità e alla fatica, partendo però da un pavimento che nessuno possa sfondare. Non è elemosina: è assicurazione collettiva contro l’umiliazione.
«E le frontiere?» sbuffano i cinici, convinti d’avere trovato la falla. Eppure le frontiere sono tatuaggi recenti incisi sulla pelle del pianeta: poche generazioni fa si poteva nascere suddito di un impero e morire cittadino di tre stati diversi senza traslocare. Farle scolorire è meno complesso di quanto sembri: basta riconoscere la mobilità come diritto primario, al pari dell’aria e dell’acqua. Gli scambi cesserebbero di essere privilegio di pochi e diventerebbero il respiro quotidiano di una comunità planetaria senza bandiere da sventolare.
«Utopico», sospirerà qualcuno versando un’altra dose di rassegnazione. Ma la corrente elettrica, i vaccini, il voto alle donne erano utopie fino a ieri mattina. L’aggettivo «irrealistico» è la cortina di fumo con cui l’abitudine difende se stessa. Il realismo che conta è quello delle mani sporche di terra, dei bilanci partecipativi che finanziano asili invece di armi, dei quartieri che trasformano un parcheggio in orto urbano. È qui, tangibile, misurabile: serve soltanto moltiplicarlo.
Da dove si parte? Da gesti minuscoli e testardi: condividere gli attrezzi anziché comprarli, organizzare turni di cura per i bambini del palazzo, pretendere trasparenza sui salari, spendere il proprio portafoglio contro chi sfrutta. La cultura dominante ride di queste fessure, ma il cemento armato non crolla di colpo; si disgrega per infiltrazioni lente e, all’improvviso, cede.
Questo è un invito, non un sermone. Non possiedo ricette infallibili né garanzie di successo; so però che perseverare nella rassegnazione assicura il fallimento. Se l’alternativa è tentare l’«impossibile», allora l’impossibile diventa la scelta prudente. Prepariamo tavoli rotondi, non troni; strumenti comuni, non gabbie; un pane che basti per tutti. Il resto – la fine della miseria, la libertà di muoversi, la pace – verrà come conseguenza, non come favore concesso.
Un giorno, quasi senza accorgercene, potremmo scoprire di vivere in mezzo a ciò che oggi chiamiamo utopia. Ci chiederemo come abbiamo tollerato tanto a lungo l’anestesia del possibile. La risposta sarà semplice: qualcuno, ostinato, avrà smesso di ascoltare chi diceva «non si può» e avrà cominciato, insieme ad altri, a vivere già ora senza catene.


