Referendum. Le voci del “No”

Il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura si terrà domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026: gli elettori sono chiamati a confermare o respingere la legge che interviene su più articoli della Costituzione e ridisegna, tra le altre cose, l’autogoverno della magistratura.

In queste settimane, oltre ai partiti, si è mosso un fronte eterogeneo di magistrati, giuristi, storici, giornalisti e artisti che dichiarano pubblicamente l’intenzione di votare No. Il fatto in sé è politico e culturale: non perché “valga di più” la parola di un volto noto, ma perché la campagna referendaria, per sua natura, è anche una competizione di argomenti e di credibilità.

Sul versante delle toghe, hanno fatto rumore le prese di posizione di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo, due magistrati noti per il loro lavoro antimafia. Gratteri, procuratore di Napoli, ha criticato la riforma sostenendo che finirebbe per favorire gli imputati più forti economicamente (il “ricco” più tutelato del “povero”), pur precisando di non voler essere “testimonial” di parte. Di Matteo, intervenendo a sua volta nella campagna, ha legato il tema a un rischio di delegittimazione dell’ordine giudiziario: secondo quanto riportato dall’Ansa ha detto che una magistratura “denigrata” agli occhi dell’opinione pubblica diventa più vulnerabile e che proprio questo sarebbe utile alle organizzazioni criminali.

Il secondo blocco di dichiarazioni arriva dal mondo giuridico e della riflessione istituzionale. Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky ha usato parole durissime: «il senso di questa riforma è l’intimidazione dei magistrati», frase che è diventata uno dei motti più citati tra i contrari. L’ex magistrato e scrittore Carofiglio ha invece concentrato l’attenzione su un punto molto specifico: il sorteggio nella composizione del Csm, definendolo «uno scassinamento della democrazia rappresentativa», perché sostituirebbe la scelta responsabilizzante con un metodo “brutale e pericoloso” per organi che incidono sulla vita pubblica.

Accanto a giuristi e magistrati, hanno preso posizione figure del mondo culturale e dello spettacolo. Lo storico Alessandro Barbero ha annunciato in un video che voterà No; quel video è poi diventato un caso nazionale perché la piattaforma Meta ne ha limitato la diffusione, innescando accuse di “censura” e una discussione sul ruolo del fact-checking e sulla visibilità algoritmica.

Tra gli artisti, Pif ha spiegato in un video le ragioni del suo No, con toni ironici ma espliciti, diventando uno dei volti più condivisi della campagna contraria. L’attore Elio Germano, intervenendo pubblicamente, ha invitato a “difendere” la Costituzione in vista del voto di marzo. Il giornalista e divulgatore Corrado Augias ha collegato il suo No al rischio che, con la riforma, i pubblici ministeri possano essere percepiti come più esposti a un rapporto di dipendenza dalla politica di governo; in un’iniziativa pubblica ha detto che non è il momento di cambiare tanti articoli costituzionali nel clima di scontro acceso. L’attore Alessandro Gassmann ha motivato la scelta con un richiamo alla Costituzione e all’uguaglianza davanti alla legge, dicendosi “schierato per il no” da cittadino, contro ciò che vede come confusione e mistificazioni nel dibattito.

Poi c’è la dimensione collettiva: appelli, firme, comitati. L’Anpi ha promosso un appello per il No firmato da decine di personalità della cultura e dello spettacolo; tra i nomi indicati nella lista compaiono, fra gli altri, Pif, Elio Germano, Milena Vukotic, Paolo Fresu, Tomaso Montanari, Gad Lerner, Marco Revelli. In parallelo, il comitato “Giusto dire No” ha organizzato iniziative pubbliche in varie città. In una di queste, a Torino, Neri Marcorè ha dichiarato il proprio No sottolineando un punto che richiama la libertà di espressione: esporsi significa anche “mettersi addosso” insulti, ma avere idee resta lecito. Anche Raffaele Cantone ha argomentato il No in un intervento pubblicato su Giustizia Insieme, entrando nel merito delle ragioni critiche verso la riforma. E sul versante satirico e televisivo, Sabina Guzzanti è intervenuta con un appello esplicito al No in video diffusi online.

Un dettaglio, alla fine, lega quasi tutte queste dichiarazioni: la convinzione che la riforma non sia una “manutenzione tecnica”, ma una modifica dell’equilibrio tra poteri.