Il caos globale e la paura dell’odio

In una dichiarazione di Massimo D’Alema, ex presidente del Consiglio, il ragionamento non parte da una parola d’ordine (“liberazione”, “democrazia”, “ordine”), ma da una diagnosi: non saremmo davanti a un evento capace di “raddrizzare” l’assetto internazionale, bensì a un ulteriore passo nel “continuo allargamento del caos globale”. È, dice, l’esito di «vent’anni di politiche scellerate» che, invece di essere superate, rischiano di essere riproposte «in maniera ancora più aggressiva».

Il punto, nella sua ricostruzione, è che l’idea di un attacco risolutivo contro l’Iran non corrisponde a una “liberazione” ma a una moltiplicazione di instabilità. D’Alema inserisce persino Donald Trump dentro questa contraddizione: eletto, nella sua lettura, anche per «fermare tutto questo», finirebbe invece «invischiato in una situazione estremamente pericolosa». Il messaggio è netto: quando le crisi diventano strumento di politica interna la politica estera smette di essere gestione e diventa azzardo.

Da qui la seconda tesi: nell’“attacco all’Iran” sarebbe «evidente» l’obiettivo politico di Benjamin Netanyahu, che “avrebbe bisogno” di una guerra contro un Paese ritenuto davvero temibile da popolazione e apparati di sicurezza. La guerra, nel ragionamento, non è solo (o non è primariamente) un’operazione militare: è un collante. I bombardamenti, afferma, «gli garantiscono un futuro politico» e possono «compattare lo Stato ebraico», che D’Alema descrive – riportando il clima di polarizzazione citato da «molti osservatori» – come vicino a una frattura grave, fino alla soglia di una “guerra civile”. Non è un dettaglio: se la coesione interna diventa un obiettivo, il conflitto esterno rischia di trasformarsi in un “meccanismo di sopravvivenza” del potere.

La domanda che D’Alema pone agli Stati Uniti è altrettanto diretta: “cosa ci guadagna Trump?”. Avverte che non sarebbe saggio tentare di rimediare alle crisi interne intestandosi una retorica di “battaglia per la libertà” «come un George W. Bush qualunque». Evoca poi l’ipotesi di motivazioni economiche richiamate da Alessandro Volpi, ma sottolinea che – anche se prevalenti – resterebbero difficili da spiegare e da far digerire all’opinione pubblica.

Il passaggio successivo riguarda la tenuta interna americana. D’Alema segnala l’esistenza di una fazione governativa «guidata dal vicepresidente J.D. Vance» descritta come apertamente contraria all’interventismo. In questa cornice, l’“avventura” militare – che nel testo viene definita già responsabile di «troppe vittime innocenti» e avviata «senza l’autorizzazione del parlamento» – rischierebbe di aprire «ulteriori faglie» negli Stati Uniti. È un avvertimento sul costo politico interno di una guerra: non solo consenso, ma conflitto tra linee strategiche inconciliabili.

Il punto più allarmato del testo è però quello che riguarda il linguaggio pubblico e i suoi slittamenti. D’Alema sostiene che alcuni estremisti a supporto di Trump avrebbero “sdoganato” pensieri vicini al neonazismo, dando visibilità a figure come Nick Fuentes e a teorie secondo cui gli Stati Uniti non perseguirebbero una propria politica ma quella d’Israele, fino ad accusare gli ebrei americani di fedeltà verso Tel Aviv anziché verso Washington. D’Alema definisce queste parole «estremamente pericolose» e prevede che il conflitto le alimenterà. La conseguenza, teme, è l’avvio di un antisemitismo “vero”, quello «che fa paura»: la guerra come innesco di odio interno e capri espiatori.

Infine, lo sguardo torna sull’Iran e sul “dopo”. D’Alema descrive Ali Khamenei non solo come un oppressore, ma come un leader anche “razionale”, un “giocatore di scacchi” capace di strategia. Proprio per questo, dice, l’incertezza che segue è «totale». Considera “fantapolitica” un ritorno dello Scià: forse tollerabile da una fascia urbana di Teheran, ma respinto da «un Paese immenso». Lo scenario che teme è doppio: o l’ascesa della fazione più dura del regime, con leader «più spietati e meno lucidi», oppure «l’incubo di una guerra civile infinita» capace di martoriare un “impero millenario”.