C’è un modo di uccidere che non si accontenta del sangue: pretende anche una forma, un ritmo, una giustificazione alta; come se la crudeltà, messa in rima, potesse assolversi da sé. Rancore in versi di Domenico Lauria (Edizioni Laurita) entra nel territorio del thriller con un’idea tanto semplice quanto velenosa: trasformare la poesia in un congegno criminale e la Basilicata in una scacchiera dove un paese è una casella, ogni svolta un presagio.
Si parte da Potenza e dalla sua concretezza istituzionale: una Sezione sperimentale della Polizia, nata per fronteggiare crimini “di particolare gravità”, prova a tenere insieme professionalità e pressione pubblica, burocrazia e ansia da risultato.
Ma il romanzo non indugia nel realismo amministrativo: lo usa come trampolino. Il cuore pulsante è altrove, nelle fratture intime dei personaggi e nell’ombra di un assassino che recita la Divina Commedia come fosse un breviario rovesciato, un catechismo del rancore. Non è un mero vezzo colto: i versi diventano lama, carburante, firma.
Marco Belli, commissario capo, è il perno umano dell’indagine: competente, esposto, vulnerabile proprio perché “visibile”. Accanto a lui Gabriella Gioioso, ispettrice capo, arriva in scena come un taglio di luce: bellezza non ornamentale ma bellezza che è disciplina, nervo, istinto. La loro dinamica non è la solita coppia da manuale: è un duello silenzioso tra ciò che si può controllare e ciò che, invece, torna sempre a galla – il passato, i traumi, le colpe che non si dichiarano ma si intuiscono. E quando l’assassino lascia una filastrocca infantile che promette di “svelare l’arcano” e “salvare” Belli la minaccia assume la forma più disturbante: quella del gioco.
Il colpo di genio narrativo, però, è l’uso della geografia lucana non come cartolina ma come destino. Le lettere della filastrocca diventano iniziali di paesi: Accettura, Bella, e poi altri centri disseminati tra Materano e Potentino, in una spirale che obbliga la polizia a inseguire non solo un uomo, ma un’idea di territorio.
Qui la Basilicata non è sfondo: è trama. È vento che taglia (“piazza polmonite”), strade che mordono, comunità piccole dove tutti si conoscono e proprio per questo il male può camuffarsi meglio.
E in questo impianto le immagini inserite nel volume fanno un lavoro prezioso: non illustrano, incidono. I disegni del Maestro Pasquale Zamparella – dichiarati sin dalle note editoriali – hanno una qualità quasi xilografica, un bianco e nero che non consola, ma scolpisce.
La Torre Guevara appare come un guardiano antico, massiccio, più simbolo che monumento; la torre normanna di San Mauro Forte, i castelli di Calciano e Cirigliano, la stessa Accettura: ogni veduta è una stazione del percorso, un “fermo immagine” che costringe il lettore a respirare l’altrove prima di tornare all’urgenza del delitto.
Perfino dettagli apparentemente laterali – un “alfabeto criminale”, un tatuaggio, una civetta, “sguardi segreti fra le assi” – funzionano come indizi visivi: non spiegano, insinuano.
E c’è anche una fotografia legata a Grassano, citata nei ringraziamenti: come a dire che qui l’immaginario non nasce solo dalla penna, ma da una fedeltà affettiva ai luoghi.
Lauria scrive con una teatralità controllata: alterna accelerazioni da crime contemporaneo a una patina arcaica, quando convoca il lessico dantesco e la superstizione lucana senza scivolare nel soprannaturale.
Ne esce un thriller che ha fame di lettori e, soprattutto, di riletture: perché il rancore, quando parla in versi, non si limita a colpire… pretende di essere capito.
Se cercate un giallo “da ombrellone” passate oltre. Se invece volete un romanzo che faccia della Basilicata un labirinto morale e della poesia un’arma Rancore in versi è un acquisto che punge e resta.


