Ipocrisie di guerra

C’è un bailamme europeo che stanca, logora, avvelena. Si brandiscono parole come “deterrenza”, “linee rosse”, “sicurezza collettiva” e intanto la sensazione è una sola: un rumore di fondo permanente che trasforma l’emergenza in abitudine. Da qui lo sfogo brutale: “Dichiarassero la guerra alla Russia così la finiamo una volta per tutte”. È una frase da rabbia, non da strategia; ma fotografa un nervo scoperto. Quando l’orizzonte politico si restringe al lessico della guerra perfino l’assurdo sembra un’uscita d’emergenza.

La Russia ha invaso l’Ucraina, uno Stato sovrano. Punto. Questo, in diritto internazionale e in buon senso, basta a giustificare condanna e sanzioni. Embargo, ritorsioni economiche, isolamento diplomatico: strumenti duri ma non bellicistici, capaci di colpire l’aggressore senza incendiare il pianeta. Eppure si continua a flirtare con la guerra “necessaria”, con la retorica del “non c’è alternativa”, come se la politica fosse un binario e non una scelta. Poi ci si stupisce se cresce lo sconforto e se la parola “pace” diventa sospetta.

Nel frattempo “tutti gli occhi internazionali” restano inchiodati ai fronti ucraini e russi, mentre altrove – Gaza e non solo – si continua a morire. Non a caso scelgo El tres de mayo de 1808 di Francisco Goya: perché lì la guerra smette di essere geopolitica e torna a essere ciò che è davvero e cioè un potere armato che schiaccia corpi inermi e una luce cruda puntata sull’ipocrisia di chi la racconta come necessità. Qui la doppia misura diventa indecente. Per Mosca: anatema, embargo, processi morali in diretta. Per Israele: giustificazioni, distinguo, un “diritto a difendersi” ripetuto come un rosario anche quando il bilancio umano diventa intollerabile. Se la regola è la tutela dei civili allora vale sempre. Se la regola è il rispetto del diritto allora non può dipendere dal passaporto delle vittime.

Certo, il dossier mediorientale è intricato anche sul piano formale: la Palestina non è riconosciuta universalmente come Stato, nonostante decisioni e atti delle Nazioni Unite che ne hanno indicato, almeno politicamente, la prospettiva. Ma trasformare questo limbo giuridico in una licenza morale è un trucco retorico. L’assenza di uno status pieno non cancella l’esistenza di un popolo, né autorizza la caricatura: “i palestinesi sono tutti terroristi”. È la frase che uccide due volte: prima toglie il nome, poi toglie il lutto. E nella storia forzata finiscono anche bambini, donne, anziani: persone reali, non slogan.

Anche sull’Ucraina, per onestà intellettuale, esiste un “sottobosco” di cause, tensioni e fratture: le province russofone, la guerra nel Donbass, promesse e paure stratificate, errori e ambiguità di anni di geopolitica muscolare. Guardare quel contesto non significa assolvere l’invasione; significa rifiutare la favola del “male puro” che piove dal cielo. Senza contesto si produce propaganda, non analisi. E la propaganda oggi è un investimento: serve a tenere calda l’opinione pubblica, a rendere digeribili spese militari, a far passare l’idea che l’unica risposta credibile sia sempre più ferro.

Qui entra in scena la destra guerrafondaia – ma non solo la destra: l’intero ecosistema che vive di conflitto permanente. Perché la guerra, prima ancora di essere tragedia, è un mercato. Le grandi lobby delle armi prosperano nella paura: più paura, più ordini; più ordini, più “interessi nazionali” reinventati come necessità. E intanto qualcuno domanda: “dove sono i soldati?”. Domanda amara e lucidissima, perché nell’era della guerra termonucleare il soldato serve soprattutto come immagine, mentre a fare il lavoro sporco sono missili, droni, algoritmi e catene di comando lontane dalle macerie.

Il punto, allora, non è scegliere un fronte come se fosse una curva da stadio. È pretendere coerenza: condannare l’aggressione russa senza giocare con l’escalation; pretendere responsabilità e limiti da Israele senza relativizzare la sofferenza palestinese; rifiutare la scorciatoia del tifo che trasforma i morti in argomenti. Se siamo davvero stanchi la cura non è accelerare verso il baratro. È spegnere il megafono della retorica bellica e riaccendere, finalmente, la politica: qui, ora, senza alibi, prima che sia tardi.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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