Raccomandato con ricevuta di ritorno

Se si potesse (si volesse?) fare un’indagine sull’incidenza del merito nei concorsi o in genere nelle assunzioni avvenute dal 1960 a oggi in Basilicata, sicuramente saremmo costretti ad ammettere che non è mai stato un requisito essenziale.

Anzi è stato talmente secondario da comportare l’esodo in massa dei più valenti giovani.

Si è da sempre investito nella clientela, nelle filiere, con una lungimiranza che non ammette confronti.

Il fenomeno, invero, prese piede con l’avvento degli statisti della primissima repubblica, quelli costituenti, perdindirindina. Agli inizi la raccomandazione, che viaggiava candidamente anche in epistolari scritti molto bene, era gestita in regime di quasi monopolio da pochi personaggi.

L’idea, quindi, di un fronte comune di gratitudine generalizzata, si fece strada inducendo i lucani a imparare a sollevare sollecitamente il cappello al cospetto delle terrene divinità, dispensatrici di lavoro, a venerarle come dei in terra e a porgere sistemicamente l’altra guancia, cioè a fare quello che poteva esserle chiesto, e cioè produrre voti, voti e voti.

Talché la comunità obbediente dispensò consensi plebiscitari alle squadre, invero abbastanza colte, che agivano sul territorio.

La raccomandazione ha, quindi, una tradizione robusta, è come il battesimo, guai a non averla, e, di conseguenza, si rinverdì la prassi di nominare padrini dei propri pargoli figure importanti che, nobilmente, non mancarono mai di negare ogni disponibilità.

Magari è anche successo che un meritevole, raccomandato, arricchisse la burocrazia locale con competenze di rilievo, circostanza poi sempre più rara; anche perché con l’avvento degli anni settanta si è pensato bene di non negare un diploma a nessuno, secondo il principio della equa distribuzione del “pezzo di carta”.

La sinistra, degna erede di un centrismo esasperato, ha rinverdito la tradizione rendendo la raccomandazione quasi obbligatoria.

Oggi abbiamo amministratori, dirigenti, insomma una burocrazia nella quale la presenza di un non raccomandato può solo derivare da trasferimenti, colpi epocali di culo, sviste madornali.

Un sistema sicuramente coerente, che si fonda su una tradizione importante, e che si protrae nonostante la sinistra abbia abdicato in favore di una destra sbilenca, che, però, ha sposato in pieno il metodo, ritenendolo sicuro, in qualche maniera egualitario, tanto se uno davvero vale, che cazzo ci sta a fare quaggiù. Insomma gli si fa anche un bene.

In definitiva, la raccomandazione, come la viviamo noi, non la vive nessuno. La portiamo appiccicata addosso come un distintivo, la si legge sulle nostre fronti, si riverbera nei discorsi, accompagna le giornate nevose, uggiose o splendenti.

E ora potete indicarmi un assessore, al ramo ovviamente, che con la solerzia di un callo pestato che protesta, possa far chiudere una buca nella quale cado sempre?

(La vignetta è di Giulio Petrullo).

Luciano Petrullo
Luciano Petrullo
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