Quei maledetti cetrioli

Siamo cresciuti, noi come tutti quelli che ci hanno preceduto, sul presupposto della importanza dei rapporti e delle relazioni umane. Tanto da costruirci sopra un galateo e da scrivere fiumi di libri su argomenti che attengono, appunto, ai rapporti umani.

Ogni attività dell’uomo non prescinde dalle relazioni. Poi sono arrivati internet e i social, che, se hanno avvicinato chi sta lontano, hanno allontanato chi ci sta vicino.

Fare un messaggio vale più di una telefonata, insomma.

Anche nel mondo del lavoro i rapporti si sono rarefatti. Acquisti, pratiche burocratiche e tanto altro, ormai si svolgono per via telematica.

Fino ad arrivare all’era del Covid, nella quale si è consacrata come anomala ogni relazione umana. Disapprovata, se non vietata, resa prudente, con contorno di diffidenza specifica: “sarà vaccinato? Non sarà malato?”

Ma la vera rivoluzione sono i processi in via telematica.

Negato ogni contatto con le cancellerie, finanche le udienze, la maggior parte di esse, si svolgono ormai per iscritto, senza che i professionisti e il giudice si guardino in faccia, senza che si abbia la possibilità di chiarire una circostanza a parole, senza quello strumento finora indispensabile che è il linguaggio parlato.

Un vantaggio c’è: infatti quell’antipatia a pelle, siccome il suo contrario esatto, che tanto condizionano l’esito di un colloquio, come è sempre stato un processo, non si provano più, rimanendo molto più difficile risultare simpatico o il contrario con una memoria scritta.

Ma quanti svantaggi?

Il credersi reciprocamente, oppure quella sensazione di lealtà, o il suo contrario, che si trasmette di persona, sono tutte cose ormai bandite dai rapporti, lo scritto che ci si scambia ha le sembianze del rapporto che può esistere fra due macchine che dialogano.

Un giudice non più in carne e ossa, le parti, ignote al processo nelle loro effettive sembianze, danno l’idea dell’ affidarsi a una macchina, appunto. La sentenza sembrerà, quando pubblicata, il verdetto di un algoritmo, non la decisione ponderata di un essere umano. Un processo, insomma, di disumanizzazione della giustizia che, davvero, non so se deve ritenersi benefico o addirittura maledetto.

La cancellazione del diritto di poter guardare in faccia il proprio giudice, di farsi guardare in faccia, sono vantaggi emotivi di non poco conto, soprattutto per il giudice, che non avrà neanche l’imbarazzo di un diniego a una richiesta, per così dire, dal vivo, ma si traducono anche in un processo da e per alienati.

Negare il confronto di persona a due esseri umani significa negare la loro stessa natura, svilisce i tratti caratteriali, diventiamo tutti forti, coraggiosi, cominciamo ad avere dimestichezza col bluff, che, uno scritto inviato telematicamente, necessariamente comporta.

Quelle virtù come la gentilezza, o quei difetti come la rudezza, svaniscono a fronte del formalismo insito nello scritto, la capacità di provare sentimenti, di qualsiasi tipo, si disperde a favore di un forzato egocentrismo che rischia di diventare smisurato.

Sorridersi o gridarsi addosso, ridere, sfottersi, tipiche reazioni umane, vengono debellate, poco alla volta, dalla vita quotidiana.

E’ un vantaggio? Non credo. Le macchine prendono il sopravvento, cambiandoci radicalmente.

E’ salvo, ancora, solo il rapporto di coppia, ma le mirabilie del 5G, finiranno per offuscare anche questo.

Ormai si può scalare lo Stelvio direttamente dalla cyclette, con un monitor e una applicazione, si può eseguire un’operazione chirurgica o guidare un taxi, volete che non diventi possibile anche darsi un bacio o una carezza?

Una volta si passavano le ore seduti su uno scalino, su un muretto, per strada, in compagnia. Oggi non più.

Sarà, ma a me manca più di qualcosa. E niente l’ha sostituita. Forse il progresso va troppo veloce e non ci si adatta o ci si adatta male.

O forse sono solo i cetrioli che non digerisco. Chissà.

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Luciano Petrullo
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