Precariato 2025: trent’anni e non sentirli

di Caterina Iannelli

I nostri genitori a trent’anni compravano casa. Noi compriamo ansie a rate. Contratti a tempo determinato, affitti a tempo indeterminato e sogni a tempo scaduto: il menù fisso del millennial italiano.

Ricordate quando a scuola ci dicevano: studia, così avrai un buon lavoro?

Bene, eccoci qui: laureati, masterizzati, certificati, con tre lingue sul CV e il lavoro migliore che troviamo è  collaboratore flessibile.

Flessibile in tutto: orari, ferie, stipendio. L’unica cosa non flessibile è il mutuo, che tanto non avremo mai.

Casa dolce casa (degli altri).

A trent’anni, negli anni 90 firmavano un atto di compravendita. Noi firmiamo contratti di affitto dove il padrone di casa può sfrattarci in caso di nuove esigenze personali, tipo il cugino che vuole aprire una sala biliardo in salotto.

Il lavoro precario non è più una fase: è uno stile di vita. C’è chi colleziona francobolli e chi colleziona contratti a tempo determinato da due settimane. La vera carriera oggi si misura in badge diversi accumulati: una volta al supermercato, una volta in un call center, poi su un progetto europeo che finisce non appena capisci di cosa si trattava.

I nostri genitori a trent’anni avevano già figli e mutuo. Noi abbiamo abbonamenti: Netflix, Spotify e l’app per imparare meditazione, perché quando ti arriva il rinnovo del contratto a zero ore serve un mantra.

Persino i rapporti seguono la logica del precariato: niente per sempre, ma un più realistico , ne riparliamo se mai dovessi avere un contratto a tempo indeterminato.

In conclusione vivere nel 2025 a trent’anni in Italia significa barcamenarsi tra la retorica del “i giovani non hanno voglia di lavorare” e la realtà del “i giovani lavorano troppo e guadagnano niente”.

Siamo una generazione che ha imparato a ridere per non chiedere un prestito in lacrime.

Se la precarietà è un mare, noi siamo naufraghi con i braccioli comprati a rate su Amazon.