Già prima di “smontare” il presepe si pensa a come lo faremo l’anno prossimo, alle modifiche, al pupazzo nuovo da aggiungere e fantastichiamo sulla nostra “futura” arte che, per noi cristiani è un progetto di preghiera, nell’attesa della venuta di Cristo che ci accompagna durante il nostro cammino.
Con l’arrivo di Natale” il presepe inizia a prendere forma. Il “sacro” scatolo dei simboli della cristianità e delle immagini della fede si apre e tutto viene materialmente spolverato.
Si costruisce una capanna e si inizia a rappresentare la storia della fede che ogni “pupazzo” racconta: ogni sua collocazione, come sempre, ci stupisce, ci meraviglia e ci coinvolge.
Terminata l’”opera” la si ammira soddisfatti, la si condivide e la si difende perché ogni “opera presepiale”, dal più modesto al più monumentale, nasce dalla comunione in una unica idea di fede in Dio e che San Francesco, il primo costruttore della più alta rappresentazione di fede, ci ha insegnato.
Il presepe non ha confini, né limiti, ma delle regole: Gesù è posto in una mangiatoia e accanto ci sono: la Madonna e San Giuseppe, il bue e l’asinello, il pastore col suo gregge. Tutti hanno un ruolo, un significato, un motivo di partecipazione.
La tradizione si rinnova, si rinnova il passato nel quotidiano, si rinnova la tradizione del “Verbo” che unisce tutti in fratellanza e condivisione.
Il presepe resta la prova più tangibile della partecipazione nella quale ogni cristiano si racconta al plurale e non più al singolare.
La condivisione si materializza e l’umanità si dona; il dono, a sua volta viene condiviso con i “fratelli” e i “fratelli in Cristo” costituiscono la tradizionale cristianità.
Purtroppo, ancora una volta, il diavolo ci mette le corna e con grande clamore viene fuori quello che vuole vietare l’immagine di Cristo, perché potrebbe dare fastidio al nostro “ospite” (il più delle volte impostosi) di fede musulmana e sempre lo stesso diavolo muove le corna per far proporre, al noto personaggio televisivo, la creazione di un presepe costituito da pupazzi di tutte le religioni creando un guazzabuglio di figure che, in realtà, annullerebbero ogni identità.
Noi cristiani che crediamo al dettato di fede e carità, davanti al presepe, rivolgendoci al Sacro Bambino, non dobbiamo e non possiamo fare altro che dire: «Dio perdona loro perché non sanno cosa fanno, frena la nostra rabbia e guidaci alla tolleranza».


