Oltre il muro dell’anima

Nel suo denso romanzo-memoria Berlino Est, 1989. Ricordi di una giovane libraia, Enrico Casartelli trasforma il microcosmo di una libreria di quartiere in un laboratorio esistenziale in cui pulsano, come vene sotto pelle, la storia tedesca, la letteratura post-socialista e la riflessione sul destino di un’Europa lacerata. L’opera è, innanzitutto, un raffinato congegno narrativo: il doppio registro del diario di Isabel e di quello del suo persecutore Gert Bürk produce un controcanto tragico che mette in crisi l’autorevolezza del racconto unico, insinuando il sospetto come tema portante di un’epoca costruita sulla diffidenza sistemica della Stasi. Il lettore avverte fin da subito uno struggimento elegiaco: il ricordo della “fiumana festosa” che, la notte del 9 novembre, attraversa il ponte ferroviario di Bornholmer Straße ha il timbro di un’euforia irripetibile, ma già ferita dalla consapevolezza di quanto fragile possa essere la libertà appena conquistata ​.

Letterariamente il testo si muove fra realismo documentario e lirismo autobiografico. L’autore concentra l’osservazione su dettagli minimi – la borsa lisa del postino Peter, la cesta di vimini della cagnolina Nadja, il linoleum verde che scolora – che diventano epifanie di un’intera condizione antropologica. In tal senso la libreria di Lehderstraße, aperta perfino il sabato pomeriggio per accogliere “una decina di ragazzini” fra quaderni colorati e giochi da tavolo​, assume il valore simbolico di ultimo avamposto di umanesimo dentro un sistema votato all’omologazione. L’andamento prosastico alterna frasi lunghe, trafitte da virgole ossessive in cui si ammassa il flusso di coscienza di Isabel, a brevi stoccate scolpite da Bürk: la lingua stessa si fa campo di battaglia, rivelando come il potere si scriva prima di tutto nelle parole.

Sociologicamente il romanzo è un mini-trattato sulla stratificazione di ruoli e desideri nella DDR tardo­-honeckeriana. Isabel, figlia di madre inglese premiata come “Ausgezeichneter Literarischer Aktivist” dal regime ​, incarna l’ambivalenza del prestigio concesso dal potere e della libertà intima che quel prestigio, paradossalmente, soffoca. La libreria funge da terzo luogo habermasiano, dove i bambini possono disegnare, le madri emancipate dal lavoro possono affidare i figli e la comunità immagina un socialismo più mite rispetto a quello, greve e monocromatico, che incombe sui ristoranti statali “tristi come funerali” descritti dal padre giornalista. Il testo coglie così il collasso di una funzione pubblica: il Circolo Letterario Bertolt Brecht, dapprima strumento di propaganda, diviene con il tempo un fantasma polveroso, segno di istituzioni incapaci di parlare alla nuova generazione ​. In questa dismissione lenta si annida la sociologia della fine: persone, oggetti, slogan perdono aura molto prima che cada il muro.

Sul piano storico la vicenda procede con un rigore quasi cronachistico: il crescendo delle proteste, l’annuncio confuso di Schabowski, le Trabant che strombazzano nella notte, la corsa simultanea verso la frontiera e verso un futuro non ancora configurato​. Ma Casartelli evita la tentazione del grande affresco esterno; preferisce mostrare come la Storia penetri le stanze private, sbriciolando le certezze famigliari. L’attentato di Bürk, che lascia Sybil in coma dimostra come la violenza del regime sopravviva al regime stesso, prolungandosi nei corpi e nei sensi di colpa; un residuo tossico che l’euforia collettiva non riesce a neutralizzare ​.

Dal punto di vista psicologico, proprio Sybil e Bürk formano un paradossale asse di specchi. Lei, dissidente integrata, sceglie il compromesso per proteggere i figli, ma finisce esiliata a Londra e, ironicamente, percepisce il consumismo britannico come altra prigione. Lui, archivista rancoroso, coltiva un complesso di inferiorità che si nutre di abbandoni e umiliazioni infantili: la balbuzie, la brutalità paterna, il dileggio dei compagni di leva sedimentano in un narcisismo vendicativo che cerca legittimazione nella struttura paranoide del servizio segreto. Bürk brama di “entrare nella prestigiosa HVA” non per fede ideologica, ma per farsi riconoscere dal Leviatano che lo aveva rifiutato​. Il romanzo suggerisce quindi che l’autoritarismo di Stato si salda spesso a un autoritarismo interiore, generato da micro-traumi non elaborati.

Filosoficamente il libro interroga il concetto di “colpa ereditaria”. Gert evoca la formula biblica – “le colpe dei padri ricadono sui figli” – per giustificare la propria marginalità, ma finisce col replicare in forma criminale la violenza subìta. Isabel, al contrario, rovescia la catena genealogica trasformando l’eredità materna in prassi emancipante: vuole scrivere il “proprio diario” per conciliare il male e il bene, “le forze che muovono l’umanità”​. La tensione etica del testo è tutta in questa dialettica fra destino e progetto, fra struttura e agency, fra memoria che paralizza e scrittura che guarisce. Il perdono, sembra dirci l’autore, non è oblio bensì riscrittura condivisa del passato.

Da un’ottica letteraria il lavoro brilla anche per la metanarrazione. L’oggetto-libro è costantemente in scena: foto, quaderni, cassette, diplomi e persino gli scaffali colmi di autrici della dissidenza femminile (Seghers, Wolf, Kirsch) diventano personaggi-carta che parlano, si spostano, cambiano colore come tessere di un mosaico che si ricompone dopo l’89 ​. L’ingresso di Brigitte, severa editor della Aufbau Verlag, spalanca una riflessione fibrosa sul lavoro culturale, sulla traduzione come ponte e sull’industria editoriale che, di lì a poco, verrà attraversata da un capitalismo altrettanto vorace di quello denunciato da Sybil. In tal senso la lingua si fa quasi fenomenologica: registra lo scarto tra parole ufficiali e segni extra-linguistici (odori di carbone, linoleum, patate, petrolio), disvelando la materia concreta della storia.

In ultima analisi la forza del romanzo è la sua stratificazione di tempi: non solo il cronotopo ’89-’90, ma un palinsesto di cicatrici che risale al ‘71 (la presa in gestione della libreria), al dopoguerra sovietico, alle letture infantili che insegnano a Isabel il valore salvifico dell’immaginazione. Ogni oggetto citato – dal quadro astratto alle tende gialle, dalla borsa del postino al parquet “parola di derivazione francese” – diventa un segno di passaggio, un piccolo varco oltre il muro fisico e oltre quello, forse più solido, dei pregiudizi.

Berlino Est, 1989. Ricordi di una giovane libraia, di Enrico Casartelli, merita dunque di essere letto come testimonianza e come avvertimento: suggerisce che la libertà politica non garantisce di per sé la libertà interiore e che la Topografia della Memoria resta un terreno minato se non si accetta di attraversarla con lo sguardo complesso – letterario, sociologico, filosofico, psicologico e, infine, storico – che Casartelli offre al lettore. È un libro scritto contro l’amnesia, ma anche contro la nostalgia facile: una lunga, luminosa elegia intonata alla possibilità di ricominciare senza dimenticare.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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