Nel cuore di una primavera politica già tesa un gruppo di autorevoli costituzionalisti italiani ha lanciato un appello che sta scuotendo palazzo Chigi, le istituzioni di garanzia e l’opinione pubblica. L’iniziativa è dei promotori Ugo de Siervo, Gaetano Silvestri, Gustavo Zagrebelsky, Enzo Cheli, Paolo Maddalena, Maria Agostina Cabiddu, Vittorio Angiolini, Roberto Zaccaria e Roberta Calvano, figure di primissimo piano nell’accademia e nelle Corti, molte delle quali hanno guidato in passato la stessa Consulta . Il loro documento, diffuso poche ore dopo la pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale» del nuovo decreto-legge sicurezza, denuncia una «torsione securitaria» che, a loro avviso, non solo mortifica il Parlamento, ma scardina alcuni cardini dello Stato di diritto sanciti dagli articoli 13, 17, 25, 72 e 77 della Costituzione.
Il testo approvato dal Consiglio dei ministri – di fatto un copia-incolla del disegno di legge già al traguardo dell’esame parlamentare – è stato varato, sostengono i giuristi, «senza che vi fosse alcuna straordinarietà né reale presupposto di necessità e urgenza». Il governo, spiegano, ha esercitato la stessa potestà che l’articolo 77 riserva ai casi eccezionali, ma lo ha fatto a poche settimane dal voto finale delle Camere, trasformando il procedimento legislativo ordinario in un blitz che priva i deputati dell’ultima parola . Un colpo di mano – secondo i firmatari – concepito «al solo scopo di umiliare il Parlamento e i cittadini da esso rappresentati».
Il ricorso alla decretazione d’urgenza non è nuovo nella storia repubblicana, ma in questo caso colpisce la tempistica: l’iter in commissione era concluso, gli emendamenti assorbiti, le audizioni archiviate. Trasformare il ddl in decreto consente all’esecutivo l’immediata entrata in vigore delle norme e impone alle Camere il cronometro dei 60 giorni per la conversione, pena la decadenza. I presidenti emeriti della Consulta ricordano come il Quirinale, la Corte costituzionale stessa e i vertici di Montecitorio e palazzo Madama abbiano ripetutamente censurato gli «abusi» di questo strumento: dal 1996 a oggi quasi il 70% delle leggi varate è nato come decreto-legge. Ma qui, sostengono, l’emergenza è artificiale, la prassi diventa metodo, il metodo diventa sistema.
Il governo replica che la stretta era indispensabile dopo i recenti incidenti avvenuti in cortei studenteschi e picchetti sindacali, mentre il ministro dell’Interno parla di «vuoti normativi» e «esigenza di tutela degli operatori di polizia». La relazione tecnica allegata al provvedimento insiste sull’escalation di occupazioni di immobili e blocchi stradali. Ma i giuristi ribattono che dati dell’Istat e del Viminale non rilevano alcuna impennata tale da giustificare una misura d’urgenza, e che anzi il numero complessivo di manifestazioni non autorizzate è in calo da tre anni consecutivi.
Nel merito il decreto innalza una serie di pene detentive, amplia la casistica del «daspo urbano» e introduce formulazioni che estendono la responsabilità penale a fatti commessi «in occasione» di manifestazioni pubbliche – locuzione giudicata vaghezza, priva di tipicità e quindi in contrasto con l’articolo 25 della Carta. In particolare:
- Resistenza passiva: le condotte di mera inerzia fisica durante sgomberi o fermi vengono equiparate alle resistenze attive, con pene fino a cinque anni.
- Occupazioni: rischiano da due a sette anni di reclusione coloro che «detengono senza titolo» immobili «destinati a domicilio altrui o sue pertinenze»; un concetto che, lamentano gli studiosi, non definisce metrature né confini.
- Armi fuori servizio: gli agenti di polizia potranno portare armi «anche diverse da quelle in dotazione» e «anche al di fuori dell’orario di servizio». La ratio ufficiale è la tutela personale; per i promotori è la normalizzazione di una presenza armata continua nella società civile.
- Centri di trattenimento: viene allungato a ventiquattro mesi il periodo massimo di permanenza degli stranieri irregolari nei CPR, che i giuristi definiscono «carceri de facto» senza le garanzie previste per le strutture penitenziarie ordinarie.
Per gli accademici l’effetto combinato di queste norme realizza una «deriva illiberale». Il principio di eguaglianza – affermano – viene tradito quando si equiparano il CPR alla realtà carceraria o la resistenza passiva ad atti violenti; la libertà personale viene compressa da un daspo disposto dal questore a carico di condannati e semplici denunciati; la libertà di riunione, protetta dall’articolo 17, è soffocata da sanzioni esorbitanti che scoraggiano l’esercizio del dissenso. Il tutto, puntualizzano, entra in vigore «immediatamente», negando ai cittadini la possibilità di conoscere per tempo le nuove fattispecie penali; contraddizione palese con il principio di colpevolezza.
Non è la prima volta che un decreto sicurezza finisce nel mirino dei costituzionalisti. Nel 2008 il «pacchetto Maroni» innalzò le pene per i reati associati ai cortei; dieci anni dopo i decreti Salvini ridisegnarono l’accoglienza e introdussero il «daspo urbano». Entrambi i provvedimenti subirono modifiche in Parlamento e diversi articoli caddero sotto i colpi della Consulta o della Corte di giustizia UE. Ma i promotori dell’appello sostengono che, oggi, la compressione del dissenso è più ampia di allora perché colpisce un ventaglio di situazioni «dal picchetto sindacale al sit-in ambientalista, dal collettivo studentesco al Comitato di quartiere».
Il decreto è in vigore dal giorno successivo alla pubblicazione, ma entro fine giugno Camera e Senato dovranno convertirlo. In commissione Affari costituzionali le opposizioni si preparano a depositare centinaia di emendamenti. PD, M5S, AVS e +Europa promettono ostruzionismo «a oltranza», mentre FI e Lega rivendicano la paternità di molte misure. Gli osservatori non escludono che l’esecutivo ricorra alla fiducia, ipotesi che restringerebbe ulteriormente il dibattito parlamentare.
Il Quirinale, chiamato a promulgare, ha firmato accompagnando l’atto con una lettera riservata in cui – secondo indiscrezioni – invita il governo «a un uso più parsimonioso delle modalità d’urgenza». Non si profilerebbe, per ora, un rinvio alle Camere, ma i giuristi notano che la Corte costituzionale, a partire dalla sentenza 220/2013, ha più volte affermato di poter sanzionare «l’evidente mancanza» dei presupposti di necessità e urgenza. Se il decreto venisse convertito senza correzioni, è probabile che Regioni, tribunali o singoli cittadini sollevino questioni incidentali di legittimità.
L’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, interpellato da associazioni come Amnesty International e Antigone, ha espresso «preoccupazione» per l’allungamento dei trattenimenti amministrativi. Il Consiglio d’Europa, con una nota del Commissario Dunja Mijatović, ha ricordato che «restrizioni generalizzate alle manifestazioni pubbliche devono essere proporzionate, necessarie e prescritte dalla legge». Bruxelles intanto valuta l’impatto delle misure sui fondi europei destinati all’accoglienza dei migranti.
Sul fronte interno, CGIL e UIL parlano di «criminalizzazione delle lotte sindacali», mentre l’associazione nazionale magistrati mette in guardia dal «rischio di saturare gli uffici giudiziari» con nuovi procedimenti per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Dall’altra parte, i sindacati di polizia (SAP, SIULP, FSP) salutano il decreto come «strumento irrinunciabile» per garantire la sicurezza degli operatori, ricordando gli oltre 1 200 agenti feriti in servizio nel 2024.
Introdotto nel 2017 con la finalità di «liberare le città dal degrado», il daspo urbano ha subito continue revisioni. L’ultimo decreto estende il potere del questore: potrà disporre l’allontanamento non solo dagli spazi pubblici ma anche da «aree di interesse pubblico» la cui perimetrazione è lasciata ai Comuni. La durata passa da 48 ore a un massimo di 30 giorni, prorogabile a 18 mesi in caso di reiterazione. Per i giuristi si tratta di una «sanzione atipica» che, pur incidendo sulla libertà di circolazione (articolo 16), non è disposta da un giudice ma dall’autorità di pubblica sicurezza.
I Centri di permanenza per i rimpatri, che oggi ospitano mediamente 740 persone su una capienza di 1260 posti, diventeranno snodo cruciale della strategia governativa. Il prolungamento del trattenimento – spiegano gli esperti di diritto penale – rischia di innescare ricorsi in serie alla Corte di Strasburgo, che nella sentenza Khlaifia (2016) ha già condannato l’Italia per trattenimenti «irragionevolmente lunghi» e senza convalida giudiziaria adeguata. Il documento dei promotori parla di «detenzione in bianco» e richiama il principio di proporzionalità sancito dalla direttiva rimpatri 2008/115/CE.
Se i sondaggi registrano un’opinione pubblica divisa – con una lieve maggioranza favorevole alle misure più dure contro le occupazioni – le piazze mostrano fermento. Dall’inizio di aprile le principali sigle studentesche hanno convocato 42 presìdi in altrettante città; le associazioni per i diritti dei migranti preparano per metà maggio una mobilitazione nazionale. In questo clima, la stampa diventa campo di battaglia: editoriali favorevoli parlano di «ripristino dell’ordine», quelli contrari evocano «fantasmi autoritari».
Nel breve termine il destino del decreto si gioca in Parlamento: emendamenti, fiducia, conversione. Nel medio periodo si misurerà l’efficacia delle nuove norme: basteranno a ridurre gli illeciti o ingolferanno tribunali e carceri? Nel lungo periodo – ammoniscono i promotori – è in gioco «la fisionomia stessa della democrazia costituzionale». Se la torsione emergenziale diventa prassi l’equilibrio tra libertà e sicurezza rischia di spostarsi in modo permanente e con esso la percezione che i cittadini hanno dello Stato.
La partita, insomma, non è meramente tecnica. È culturale, simbolica, identitaria. E chiama in causa l’idea di convivenza su cui si fonda la Repubblica. Gli studiosi firmatari concludono l’appello con un auspicio: «Confidiamo che tutti gli organi di garanzia costituzionale mantengano alta l’attenzione e censurino questo allontanamento dallo spirito della nostra Costituzione… affinché nessuno debba temere lo Stato e tutti possano riconoscerne il ruolo di garante della legalità e dei diritti» .
Che questa fiducia venga ricambiata o tradita dipenderà dalle prossime settimane: dal coraggio del Parlamento nel rivendicare il proprio ruolo, dalla vigilanza della magistratura, dalla capacità dei media di raccontare complessità senza cedere alle semplificazioni, dalla partecipazione di una società civile che – ricordano i promotori – «non deve mai rinunciare al diritto-dovere di alzare la voce, anche quando il potere invita al silenzio».


