Da anni il dibattito statunitense oscilla fra allarme e minimizzazione: Donald Trump è un aspirante autocrate o una parentesi folcloristica destinata a svanire? La storica Ruth Ben-Ghiat della New York University rigetta la seconda ipotesi. A suo avviso il trumpismo reimpiega tecniche novecentesche: culto del leader, teatralità virile, definizione dell’avversario come “nemico interno” e un bombardamento di menzogne che fiacca la capacità di distinguere verità e propaganda. Il risultato, sostiene, è l’ascesa di un regime instaurato attraverso strumenti elettorali formalmente democratici.
Il mutamento è visibile nelle istituzioni. Legislature repubblicane promulgano norme che limitano il voto anticipato e per corrispondenza, chiudono seggi nei quartieri afro-americani e consentono la rimozione di funzionari elettorali “inadempienti”. I public servants che convalidano risultati sgraditi ricevono minacce di morte, mentre segmenti delle forze dell’ordine partecipano sorridenti ai raduni del leader. Ben-Ghiat definisce la tattica “distruzione creativa”: lo Stato di diritto resta in vetrina, ma le sue cerniere vengono allentate. La Corte Suprema, grazie a nomine lampo, sposta l’asse giuridico verso un nazionalismo identitario.
Il clima culturale non è meno inquietante. Jason Stanley, filosofo di Yale e autore di “How Fascism Works”, ha lasciato gli Stati Uniti per il Canada, dichiarando che «l’aria intellettuale è diventata irrespirabile per chi critica apertamente il leader». La sua decisione richiama l’esodo degli studiosi europei degli anni Trenta, quando le avanguardie fiutavano per prime il crepuscolo della libertà. Se persino un professore con tenure – l’equivalente statunitense di un docente di ruolo a vita, con un alto grado di autonomia e sicurezza del posto – si sente costretto a emigrare, quale protezione resta a insegnanti precari, bibliotecari che difendono testi inclusivi o cronisti locali minacciati dalle piazze digitali?
Marc Cooper, veterano del giornalismo progressista della West Coast e già traduttore di Salvador Allende, osserva il fenomeno da Los Angeles e lo racconta quasi quotidianamente su Substack. Cooper individua tre parallelismi con il Cile che precedette il golpe del 1973: delegittimazione sistematica dell’opposizione, crisi economica agitata come prova dell’inefficienza democratica e proliferazione di milizie paramilitari pronte a “ristabilire l’ordine”. Non prevede un esito meccanico, ma ricorda che Pinochet vinse proprio perché la società cilena ritenne impossibile il golpe fino al momento stesso in cui accadde.
I sostenitori dello status quo invocano i checks and balances – pesi e contrappesi -. Ma la storia dimostra che gli autocrati preferiscono l’erosione graduale alla rottura plateale. Trump non deve sciogliere il Congresso: gli basta paralizzarlo con l’ostruzionismo e minacciare primarie punitive contro i dissidenti. Non deve chiudere le televisioni: gli è sufficiente un ecosistema parallelo di talk-show radiofonici, podcast complottisti e social proprietari capaci di saturare lo spazio pubblico con narrative vittimiste, incentrate su presunti complotti dello Stato profondo. Perfino il linguaggio giuridico viene riconvertito in arma identitaria.
Quali contromisure? Ben-Ghiat, Stanley e Cooper indicano la strada degli anticorpi civici. Difendere il diritto di voto come bene comune, rendere trasparente il denaro in politica, finanziare media locali indipendenti e insegnare la storia dei totalitarismi sono punti di partenza concreti. Occorre ridurre le disuguaglianze che alimentano il rancore identitario, rafforzare i sindacati e riformare gli algoritmi che premiano l’odio. Solo un progetto inclusivo, capace di trasformare la collera in partecipazione, può privare l’autocrate del combustibile emotivo su cui prospera e creare nuove solidarietà civiche. Per due secoli gli Stati Uniti hanno funzionato da laboratorio dell’avvenire; se nell’alambicco prende forma una mutazione illiberale, gli effetti travolgeranno anche l’Europa. Dalle alleanze Nato alla transizione energetica, passando per la regolazione dell’intelligenza artificiale, quasi ogni dossier globale dipende dalla credibilità democratica di Washington. Ignorare l’allarme significherebbe ripetere l’errore delle democrazie tra le due guerre, scambiando il proclama per boutade. La storia chiede vigilanza adesso, prima che il sipario cali sul pluralismo occidentale. Agire non è un lusso retorico, ma una questione di sicurezza comune.


