Meloni: gaffe in patria, flop nel mondo

Dalla promessa di «pragmatismo patriottico» alla realtà di incidenti politici in serie la premier Giorgia Meloni ha inanellato negli ultimi dodici mesi una successione di scivoloni che hanno eroso credibilità al governo e, di riflesso, all’Italia.

La crisi dei dazi USA-UE. L’annuncio di Donald Trump di tariffe del 30% sulle importazioni europee – 35 miliardi di esportazioni italiane a rischio secondo Cgia e Confartigianato – ha colto Palazzo Chigi impreparato. Meloni si è limitata a dichiarare che «l’Italia farà la sua parte», senza fornire un piano né in Parlamento né ai settori colpiti, suscitando l’accusa di «modalità aereo» da parte dell’opposizione.

Il caso Almasri e l’imbarazzo internazionale. A luglio il quotidiano El País ha rivelato che il governo avrebbe favorito la fuga del generale libico Osama Almasri, ricercato dal Tribunale penale internazionale per crimini di guerra. E-mail interne mostrano pressioni per usare canali “senza traccia” e mentire al Parlamento; ora Meloni, il ministro Nordio e Piantedosi rischiano un procedimento davanti alla Corte dell’Aia.

Il flop dei centri migranti in Albania. Presentato come «soluzione modello», l’accordo per trasferire fino a 3.000 richiedenti asilo al mese a Shengjin è stato bloccato tre volte dai tribunali italiani: i giudici hanno ordinato il rientro dei migranti e rimesso la questione alla Corte di giustizia UE per possibile violazione del diritto europeo. L’opposizione parla di «propaganda costosa e inapplicabile».

PNRR, la retorica che non regge ai numeri. Il 2 luglio Meloni ha rivendicato «primato europeo» nell’attuazione del Piano di ripresa. Fact-checking indipendenti dimostrano che l’Italia è sotto Francia e Danimarca per obiettivi completati e ancora più indietro per spesa effettiva: un progetto su due è in ritardo, con cantieri fantasma e poca trasparenza sui fondi.

Lo scandalo Sangiuliano. In diretta TG1 il ministro della Cultura ha confessato un rapporto extraconiugale con un’autoproclamata consulente, chiedendo scusa alla moglie e a Meloni. Le dimissioni, inizialmente respinte dalla premier, sono state imposte solo dopo dieci giorni di prime pagine e interrogazioni su eventuali fondi pubblici utilizzati. Il caso ha offerto all’opposizione un assist perfetto per accusare il governo di etica “a geometria variabile”.

Dazi gestiti in difesa, diplomazia improvvisata, piani migratori bocciati, fondi europei in ritardo e scandali di costume: la somma di questi episodi delinea un esecutivo più abile nella narrazione che nella gestione. Senza un deciso cambio di rotta – strategie industriali chiare sui dazi, trasparenza sul PNRR, rispetto rigoroso del diritto internazionale e rigore nella scelta dei ministri – l’Italia rischia di pagare un prezzo salato, non solo in termini economici ma di reputazione, proprio mentre avrebbe bisogno di tutta la credibilità possibile sui tavoli europei e atlantici.

Gianfranco Lotito
Gianfranco Lotito
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