C’era una volta il “campo largo”, un’alleanza che avrebbe dovuto rappresentare l’argine progressista alla destra meloniana. Un’idea talmente fragile da cambiare nome e sembrare ogni giorno più simile a un “campo minato” o, per restare nella metafora funerea, a un campo santo dove celebrare il de profundis di un’opposizione incapace di darsi una ragione sociale credibile.
Il Partito Democratico, reduce da anni di contraddizioni e di leadership camaleontiche, si aggrappa al Movimento 5 Stelle con la stessa disperazione con cui un naufrago cerca una tavola di salvataggio. Peccato che la tavola sia bucata. E che i 5 Stelle, a loro volta, non perdano occasione di ergersi a censori di qualunque ipotesi di candidatura, trasformando ogni trattativa in un estenuante braccio di ferro che finisce quasi sempre per logorare anche l’ultima briciola di credibilità.
Prendiamo il caso della Toscana: Giuseppe Conte ha posto il veto sulla ricandidatura di Eugenio Giani, governatore uscente sostenuto dal Pd. Conte si affretta a precisare che non si tratta di un veto, bensì di “necessario rinnovamento”. Peccato che questa idea di rinnovamento somigli a una scusa ricorrente per piazzare bandierine, azzoppare gli alleati e giocare di rimessa. Che poi questo approccio produca esiti disastrosi lo dimostrano i precedenti: l’operazione con il candidato Chiorazzo in Basilicata è finita con un risultato imbarazzante, un assist involontario a Fratelli d’Italia e compagnia cantante.
Il Pd, dal canto suo, sembra aver smarrito la bussola. Pur di giustificare la sopravvivenza di un’alleanza innaturale, accetta di farsi umiliare in pubblico dal Movimento. Da forza di governo di aspirazione maggioritaria il partito di Elly Schlein si è ridotto a cercare brandelli di consenso in un puzzle di alleanze e veti incrociati, mentre Giorgia Meloni può serenamente raccogliere i frutti di un’opposizione balbettante e di un elettorato progressista sempre più sfiduciato.
I numeri, del resto, parlano chiaro. Tutti gli istituti demoscopici registrano un consolidamento del centrodestra. Le intenzioni di voto premiano la stabilità (o presunta tale) della maggioranza, mentre Pd e M5S sommano percentuali che sulla carta potrebbero spaventare Meloni, ma che nella pratica si traducono in un cortocircuito permanente. La missione suicida, a questo punto, sembra la cifra identitaria dell’intero fronte alternativo alla destra.
Conte, con tono ieratico, continua a evocare la necessità di una nuova fase politica, di un Movimento rigenerato. Ma basterebbe un minimo di memoria per ricordare che proprio lui è stato premier per due governi e che – pandemia a parte, su cui sarebbe il caso di aprire una riflessione non celebrativa – la sua stagione non è stata quel laboratorio di trasparenza e cambiamento che ama raccontare. I 5 Stelle, nati per aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, si sono scoperti irrimediabilmente attratti dall’olio di conservazione del potere. E ora, ironia delle ironie, si discute di modificare la regola del doppio mandato per consentire ai veterani pentastellati di restare a scaldare la poltrona per un terzo giro. Altro che rinnovamento: qui si rasenta la farsa.
In questo panorama di illusioni perdute la distanza fra la vita reale e la politica è diventata siderale. Sinistra e destra, al netto delle retoriche contrapposte, abitano lo stesso palazzo, si “danno” gli stipendi a misura di casta e osservano la crisi del costo della vita attraverso lenti opache. L’Italia che fatica a pagare un mutuo o una spesa al supermercato è un dettaglio folkloristico buono per qualche discorso indignato. Poi, nei fatti, a prevalere è la piccola autoconservazione.
Il “campo largo” che doveva fermare la destra si sta riducendo a un club di reduci incapaci di accordarsi perfino sui fondamentali. Non c’è bisogno di un sondaggio per intuire che così si regalano anni di governo a chi si professa patriota. In fondo la sinistra è diventata l’opposizione che Meloni sognava: inconsistente, rissosa, presuntuosa. E se un tempo si parlava di campo largo oggi è più onesto chiamarlo con il suo vero nome: un campo santo dove seppellire l’ultima speranza di alternativa.


