Meloni al bivio: l’Italia chiede certezze

Se l’“atlantismo di filiera” si riduce a un selfie nello Studio Ovale il quotidiano degli italiani pretende risposte ben più sostanziose: bollette ancora altalenanti, liste d’attesa interminabili, export sotto tiro dei dazi e uno Stato sociale che fatica a tenere insieme coesione e crescita. Da qui deve ripartire Giorgia Meloni se vuole coniugare la dottrina della “destra sociale” con l’interesse nazionale che proclama.

C’è un filo che unisce il disordine geopolitico che si consuma alla Casa Bianca e la coda davanti allo sportello CUP di Frosinone: quando la politica non produce risultati tangibili il costo ricade sulle persone in bolletta, in ricetta medica, in busta paga. Giorgia Meloni, tornata da Washington con un fascio di complimenti, scopre ora che la sfida decisiva non è far colpo su Donald Trump, ma rimettere in carreggiata un Paese spaesato. La domanda che attraversa destra e sinistra è la stessa: la premier saprà trasformare la retorica sovranista in soluzioni concrete?

Nonostante la riduzione del 2,4 per cento tariffata da Arera per il secondo trimestre la bolletta media resta più alta di oltre un decimo rispetto ai livelli pre‑guerra. Il ceto medio italiano, che l’Istat fotografa come “più a rischio di impoverimento energetico rispetto alla media Ue”, chiede certezze non sussidi spot. Qui il lessico della destra sociale – comunità, solidarietà verticale – può diventare azione di governo. Primo passo: usare l’Italia come hub mediterraneo, stipulando un patto di mutua riserva con Algeria e Qatar per livellare i picchi di prezzo; secondo, un credito d’imposta permanente sugli extra‑costi per le PMI energivore, compensato con il gettito delle aste ETS (Emissions Trading System è il mercato europeo delle quote di CO₂: lo Stato riceve un certo numero di permessi d’emissione e li vende all’asta alle aziende obbligate a coprire le proprie emissioni). Terzo, ricalibrare il bonus sociale trasformandolo in tariffa progressiva ancorata all’ISEE: la comunità sostiene i vulnerabili, il mercato resta incentivato a innovare.

Il Rapporto civico di Cittadinanzattiva denuncia fino a 365 giorni di attesa per una TAC e oltre 300 per alcune visite specialistiche. È qui che la promessa di uno Stato “madre e scudo”, cara a Giuseppe Bottai e alla tradizione corporativa, rischia di frantumarsi. Non bastano i 136,5 miliardi stanziati dal Fondo sanitario nazionale per il 2025 se restano assorbiti dai rinnovi contrattuali. Serve un criterio di responsabilità weberiano: se la struttura pubblica non garantisce una prestazione “classe B” in 30 giorni scatta un voucher spendibile nel privato accreditato, pagato dal bilancio regionale. Un meccanismo di silenzio‑assenso che rovescia l’onere sul sistema, non sul paziente. In parallelo, una rete territoriale “7‑7‑7” – medici di base sette giorni su sette, dalle sette alle sette – taglierebbe del 15 per cento gli accessi impropri al pronto soccorso.

A febbraio l’export italiano è cresciuto dello 0,8 per cento su base annua, ma verso gli Stati Uniti è crollato del 9,6 per cento. Confindustria parla di “rischio crisi strutturale” se i dazi trumpiani passeranno a luglio. Per la premier la scelta è fra trattativa bilaterale – che infrangerebbe il mandato dell’articolo 207 TFUE – o difesa collettiva in sede UE. La seconda via, più ardua, è l’unica coerente con l’idea di “nazione‑comunità” che Meloni evoca: un popolo sovrano non abdica alla forza contrattuale del blocco cui appartiene. Da qui la necessità di uno scudo doganale europeo: contromisure selettive automatiche se Washington reintroduce tariffe sugli alimentari e sulla meccanica di precisione. Intanto Palazzo Chigi può varare un fondo di transizione export – due miliardi in garanzie CDP – per aiutare le imprese a conquistare mercati ASEAN e Golfo, dove l’italian style vale più del made in Germany.

Il reddito mediano ristagna, il tasso di NEET pur scendendo al 16,1 per cento resta doppio rispetto al Nord Europa. Se la destra storica considerava lavoro e famiglia pilastri inseparabili la versione 2025 deve aggiornare gli strumenti: quoziente familiare fiscale che riduca l’IRPEF per i nuclei numerosi; canone sostenibile per 60mila alloggi in immobili demaniali; taglio strutturale del cuneo contributivo fino a 35mila euro, finanziato razionalizzando l’inflazione dei bonus di piccolo cabotaggio. Karl Polanyi ci ricorderebbe che un’economia di mercato vive solo dentro un’“impalcatura sociale” credibile; senza genera ansia e populismo. Perciò l’investimento sociale non è carità, ma condizione per evitare che la politica diventi “un gioco a somma zero tra perdenti”, per dirla con Ralf Dahrendorf.

L’Italia dispone di 191 miliardi del PNRR e di un consenso parlamentare solido. Ma la conflittualità tra livelli di potere – ministeri che ignorano le Regioni, Regioni che rimpallano ai comuni – frena ogni riforma. Una legge annuale sull’interesse nazionale, sul modello francese, potrebbe fissare target (energia, export, natalità) e attribuire poteri sostitutivi se non vengono raggiunti. Allo stesso tempo aprire la cabina di regia PNRR alle opposizioni darebbe legittimità ai progetti anche oltre il ciclo elettorale, come suggerirebbe Norberto Bobbio sul terreno della “convenzione democratica”: la forza della maggioranza cresce se include la minoranza nei processi decisionali cruciali. Infine, tempi certi per la giustizia amministrativa – massimo 18 mesi in due gradi – sono la precondizione per attrarre investimenti e per dare credibilità al concetto di “legalità patria” caro al pensiero conservatore.

La diplomazia del sorriso con Trump non deve scivolare in dipendenza. Un’Italia che conta negozia da pari: promuove un’Alleanza dell’Acqua con Maghreb e Spagna per scambiare sicurezza idrica con contratti gas indicizzati; rilancia il corridoio logistico Adriatico‑Ionia per accorciare di cinque giorni il tragitto Cina‑Europa; e, soprattutto, parla a Washington con la forza di un blocco europeo compatto. Solo così il Mediterraneo torna “centro del mondo”, come sosteneva il sociologo Franco Cassano, invece di periferia in fiamme.

Pareto parlava di circolazione delle élite: quando quelle al comando non risolvono i problemi altre forze spingono per subentrare. Meloni è a metà del guado: o dimostra che il suo governo sa tagliare bollette, accorciare liste, difendere l’export e ricucire lo Stato sociale oppure lascerà campo a nuove élite, magari più estreme, magari prive di responsabilità. La premier ripete che “l’Italia ha rialzato la testa”; ora deve farle rialzare anche la schiena. La destra sociale le offre il lessico, la storia repubblicana gli strumenti, i dati la chiamano all’azione. La reputazione internazionale vale, ma per gli italiani vale di più la sicurezza di poter accendere il forno, prenotare una TAC e vendere una valvola negli States senza sentirsi parassiti di nessuno.

Se la missione è davvero “rimettere l’Italia al centro” non basta una foto nello Studio Ovale. Ci vuole il coraggio di usare il potere per ciò che il potere dovrebbe servire: cambiare il quotidiano della gente comune. È lì, non a Washington, che si misura la grandezza di un governo e, in fondo, l’onore di una Nazione.

Il filo che lega energia, sanità, lavoro e governance è la domanda di certezza. Non di proclami, non di nemici comodi, ma di regole stabili: quanto pago la luce fra sei mesi, quanto aspetto per una TAC, su quali mercati venderò i miei macchinari, con quali infrastrutture digitali potrà crescere la mia impresa? Le democrazie si logorano quando le risposte tardano o cambiano a ogni slogan; si rafforzano quando la politica indica un orizzonte che resiste alle tempeste.

Per questo la premier, come qualunque Presidente del Consiglio, risponde prima di tutto a un mandato civile: garantire prevedibilità, ridurre le disuguaglianze di opportunità, usare il potere per sciogliere nodi che frenano la società. Non serve un’adesione di fede né un certificato di appartenenza; servono scelte tecniche, verificabili, aperte al confronto. Se Meloni saprà assumersi questa responsabilità l’Italia potrà varcare le prossime crisi con le spalle dritte. Se inseguirà la logica del consenso immediato i cittadini apartitici, la vera forza critica del Paese, le presenteranno presto il conto. Oggi, più che di slogan, abbiamo bisogno di un governo che faccia della concretezza la propria ideologia. È il momento di mettere in campo, al posto delle parole, quella competenza fattuale che sola restituisce fiducia. Non è una questione di destra o di sinistra: è la natura stessa del mandato democratico.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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