Il Medio Oriente e l’arte (perduta) della pace

Il 22 aprile 2025, mentre i caccia israeliani martellano di nuovo Gaza e un blocco totale impedisce persino le vaccinazioni antipolio a seicentomila bambini, l’ennesima spirale di violenza ci ricorda quanto il conflitto israelo‑palestinese resti il barometro instabile di tutto l’ordine internazionale. Dopo diciotto mesi di guerra ininterrotta – più di 51 mila morti palestinesi dal 7 ottobre 2023 – Israele annuncia “operazioni mirate”; Hamas negozia a Il Cairo una tregua legata a uno scambio di ostaggi; le agenzie ONU parlano di “collasso sanitario”. Eppure, al di là delle immagini di distruzione, la vera crisi è politica: un sistema di governance globale incapace di imporre le proprie stesse regole.

L’emblema di questa impotenza è la risoluzione 2728 del Consiglio di Sicurezza, adottata il 25 marzo 2024 con 14 voti favorevoli e l’astensione statunitense. Il testo chiedeva un cessate‑il‑fuoco immediato per il Ramadan, il rilascio degli ostaggi e l’accesso umanitario; trascorso oltre un anno, nessuno dei punti è stato attuato. Non è un’eccezione: dalla 242 del 1967 alla 2334 del 2016 le risoluzioni ONU sulla “questione Palestina” costituiscono un corpus giuridico vastissimo e, al tempo stesso, lettera morta. Il diritto internazionale, affidato alla buona volontà delle parti e alla geometria variabile dei veti, resta privo di meccanismi coercitivi. Gli Stati Uniti rimangono il perno di questo quadro. L’amministrazione Trump, insediata il 20 gennaio 2025, ha immediatamente archiviato la “road‑map del dopoguerra” elaborata da Biden e ha virato su una linea nettamente più muscolare. A febbraio Trump ha presentato a Washington, accanto a Benjamin Netanyahu, un piano che prevede l’assunzione del controllo” di Gaza da parte di Washington e lo spostamento – dichiarato “temporaneo”, poi definito dallo stesso presidente “anche permanente” – di gran parte dei suoi 2 milioni di abitanti in Egitto e Giordania . L’idea ha scatenato la reazione negativa della Lega Araba, dell’Unione Europea e persino di alcuni repubblicani al Congresso, che l’hanno bollata come “pulizia etnica” e fattore di destabilizzazione regionale. Sul terreno pratico Trump ha bypassato il Congresso in marzo e di nuovo ad aprile, autorizzando d’urgenza spedizioni di bombe da 2.000 libbre e munizioni di precisione per un valore complessivo di oltre 4 miliardi di dollari. La Casa Bianca sostiene che armare Israele “accorcerà la guerra”; ma la scelta ha fatto deragliare il cessate‑il‑fuoco del 15 gennaio, negoziato a Doha da USA, Qatar ed Egitto e già fragile per la mancanza di meccanismi di verifica. Parallelamente Trump ha minacciato di sospendere i contributi all’UNRWA e alle agenzie ONU “finché non smetteranno di coprire Hamas”, alimentando l’emergenza umanitaria. Sul fronte interno la maggioranza repubblicana garantisce al presidente ampi margini di manovra, ma cresce la fronda bipartisan: un disegno di legge presentato il 1° aprile imporrebbe lo stop alle vendite di bombe “bunker‑buster” in assenza di garanzie sul rispetto del diritto internazionale. Intanto lo scandalo “Signalgate”, con il segretario alla Difesa Pete Hegseth che condivide su chat private piani di attacco in Yemen, solleva dubbi sull’affidabilità della squadra di sicurezza nazionale e indebolisce la pressione diplomatica degli Stati Uniti.

In Europa il quadro è frastagliato. Roma – per bocca del ministro Tajani – ha ribadito a febbraio il sostegno alla soluzione a due Stati, insistendo su un “corridoio umanitario marittimo” gestito anche dalla Marina italiana. Londra e Parigi alzano i toni sul diritto internazionale, minacciano sospensioni di export d’armi e guidano, con Berlino, la pressione del G7 per un “accesso umanitario senza ostacoli”. Ma nessuno degli europei ha la leva militare o diplomatica sufficiente a smuovere le posizioni massimaliste di Gerusalemme e di Hamas; anzi, la frammentazione intra‑UE (dall’Ungheria filo‑israeliana all’Irlanda apertamente pro‑Palestina) depotenzia ogni iniziativa comune.

Sul versante orientale si muovono Mosca e Teheran. La Russia, isolata sul fronte ucraino, sfrutta il dossier mediorientale per presentarsi come “interlocutore indispensabile”, ospitando delegazioni di Hamas e fornendo copertura diplomatica all’Iran in sede ONU. In parallelo l’intelligence occidentale registra forniture russe di droni kamikaze a Hezbollah come contropartita per bombe iraniane destinate alle campagne ucraine. L’Iran, dal canto suo, alterna negoziati nucleari (secondo round a Roma il 20 aprile) a minacce: il 19 aprile Reuters rivelava che Israele “valuta ancora un attacco limitato ai siti atomici iraniani”, mentre Teheran accusa Gerusalemme di sabotare le trattative con Washington e cerca sponda in Cina e Russia.

Intanto sul terreno l’emergenza umanitaria si intreccia con la diplomazia degli ostaggi: il 15 aprile Israele ha offerto un “cessate‑il‑fuoco incrementale” in cambio del rilascio di dieci prigionieri israeliani; Hamas sta “studiando la proposta”. Sono scambi tattici, non strategici: senza un quadro politico credibile restano puntini di sospensione fra un’offensiva e la successiva, mentre in Cisgiordania la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti minano irreversibilmente la contiguità territoriale di un futuro Stato palestinese.

Chi invoca l’ONU come arbitro dimentica che il capitolo VII della Carta, pur consentendo “misure coercitive”, richiede l’unanimità dei cinque permanenti. Basterebbe il veto USA a blindare Israele o quello russo a difendere Hamas. Il risultato è un multilateralismo estetico: grandi princìpi, nessun potere esecutivo. La crisi di Gaza del 2023‑25 lo dimostra plasticamente e rende urgente immaginare un nuovo meccanismo di enforcement che aggiri la paralisi consiliare.

Una road‑map credibile per la pace

  1. Cessate‑il‑fuoco globale e monitorato da una missione multinazionale con mandato ONU‑UE‑Lega Araba, ispirata al modello IFOR/Dayton. Le truppe – italiane, spagnole, marocchine, indonesiane – avrebbero regole d’ingaggio chiare e durata minima di 18 mesi.
  2. Riconoscimento progressivo dello Stato di Palestina da parte di tutti i membri UE entro il 2026, in cambio dell’assunzione palestinese di precise garanzie di sicurezza e lotta al terrorismo.
  3. Congelamento totale degli insediamenti israeliani e moratoria quinquennale su demolizioni e confische, verificata da satelliti commerciali e report trimestrali al Consiglio di Sicurezza.
  4. Smilitarizzazione graduale di Gaza: ritiro delle brigate di Hamas in cambio di un pacchetto di ricostruzione da 40 miliardi di dollari finanziato da G7 e petromonarchie, condizionato a riforme di governance.
  5. Corridor‑economy: apertura dei porti di Ashdod e di un terminal a Rafah sotto controllo doganale europeo, collegati a una “zona speciale mediterranea” che attiri investimenti high‑tech israeliani e manifattura leggera palestinese.
  6. Protocollo di sicurezza regionale: scambio di intelligence e meccanismi anti‑missilistici condivisi Israele‑Egitto‑Giordania‑Arabia Saudita, con garanzie NATO esterne ma non adesione formale di Israele all’Alleanza, per non alienare l’Iran.
  7. Giustizia transizionale: commissione indipendente sui crimini di guerra dal 7 ottobre in poi, con competenze paragonabili a quelle della Corte per la ex‑Jugoslavia, per contrastare l’impunità e ricostruire fiducia fra le popolazioni.

L’elemento mancante delle passate iniziative è stato il costo della non‑compliance. Serve un sistema di incentivi e sanzioni automatiche, attivato da un panel tecnico e non politico: sospensione dei trasferimenti di armi a Israele e congelamento degli aiuti all’Autorità Nazionale Palestinese in caso di violazioni; ma anche benefici tangibili – accesso al mercato unico europeo per prodotti israeliani e palestinesi, visti di lavoro facilitati, investimenti in green tech e desalinizzazione – legati al raggiungimento di target misurabili. Senza “carote e bastoni” il processo resterà retorica. Il conflitto israelo‑palestinese dimostra che diritto senza forza è solo una promessa. Se la comunità internazionale vuole davvero “mai più” cicli di guerra a Gaza deve trasformare le risoluzioni in dispositivi vincolanti, assumersi un rischio politico e, soprattutto, condividere il prezzo della pace. Stati Uniti ed Europa non possono più delegare tutto all’ONU; Russia e Iran devono scegliere tra status di potenze responsabili o sponsor eterni di proxy war. In gioco non c’è solo la sicurezza del Levante, ma la credibilità dell’intero sistema multilaterale costruito dal 1945. Finché la legge resterà un’opzione e non un obbligo il futuro del Medio Oriente sarà scritto, tragicamente, a colpi di esplosioni.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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