L’Italia a rischio tra reddito di cittadinanza e salario minimo  

Il “Patto per l’Italia” che si apprestava a varare il Governo Draghi con i Sindacati (se mai questi ultimi ancora rappresentano qualcuno), uno dei punti cardini è quello di stabilire per legge un salario minimo per tutti i lavoratori.

Già nel 1975, l’allora presidente della Confindustria Gianni Agnelli e Luciano Lama, segretario generale della Cgil, il sindacato più grande della triplice (Cgil – Cisl – Uil), unificarono la contingenza alla inflazione che in quel momento veniva calcolata in relazione alle retribuzioni. Stabilendo gli aumenti salariali in una cifra uguale per tutti.

Oggi gli imprenditori cercano di mantenere una stabilità di retribuzione sostituendo, nei rinnovi contrattuali, gli incrementi retributivi (che avvengono soprattutto tramite gli scatti di anzianità), con il cosiddetto “welfare aziendale”, il quale consiste nel predisporre tutele economiche o interventi a spese dell’azienda per esigenze straordinarie o particolari: dentista, analisi mediche e operazioni, acquisto prima casa, previdenza integrativa.

Non ci vuole molto a capire che questa soluzione è falsa e truffaldina perché se il lavoratore non si ammala, non deve comprare casa, va in pensione tra una decina di anni, non potrà usufruire né dell’aumento retributivo né del welfare aziendale!

Le nuove proposte che ora stanno avanzando sono quelle di stabilire un salario minimo per legge così si possono “acquietare”, si fa per dire, tutti i lavoratori precari che percepiscono paghe minime come ad esempio i “riders”, i trasportatori, ma anche i praticanti giornalisti e gli addetti agli studi professionali anche se non vengono mai citati.

Ma se ci chiediamo perché viene proposto proprio questo tipo di salario ci accorgiamo che i motivi sono soprattutto di tipo economico e sociale.

È evidente che un salario stabilito per legge non è regolato da alcun contratto collettivo per stabilirne le modalità. Pur tuttavia a nessuno salta all’occhio che in tal modo vengono violate le leggi della Costituzione come il 36 e il 39 che furono elaborati sulla scorta della Carta del Lavoro del 1927.

L’articolo 36, ad esempio, stabilisce  che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ma se il salario è minimo come è possibile stabilire proporzionarlo all’attività che svolge? Per farlo occorrerebbe formulare una casistica (cioè quello che in realtà fanno i contratti).

Inoltre è opportuno ricordare che l’articolo 39, sempre della Costituzione, sostiene che i sindacati possono stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce, quindi parliamo di categorie e non di attività, di competenze professionali. A questo punto però ci si dice che il salario minimo è la base, poi con i contratti si fanno gli adeguamenti.

In via del tutto teorica, ma certamente non veritiera, questa tesi potrebbe anche essere esatta, ma se il datore non rinnova o dilaziona il contratto resta solo il minimo al nostro precario?

Ci verrebbe da dire che i sindacati non sono poi tanto suicidi da non capire che il salario minimo annullerebbe il loro stesso motivo di esistere. Ma poi chi sa.

Ci viene anche da pensare, sotto un’ottica più sociale che economica, che il lavoratore abitua le sue esigenze a quel minimo (vedi reddito di cittadinanza) garantitogli dalla legge sperando in un eventuale aumento che vorrà dargli e se vorrà dargli il suo datore di lavoro.

In tal modo però si finisce per stabilire una sudditanza psicologica tra il lavoratore e il suo datore, annullando ogni dignità del prestatore d’opera consapevole delle proprie capacità e dei propri diritti nei confronti del datore di lavoro che in questo modo ha tutto l’interesse a determinare il cosiddetto appiattimento salariale.

La riprova di quanto detto ci è data proprio considerando gli effetti che ha provocato e provoca l’applicazione del reddito di cittadinanza che ha annullato, quasi del tutto, la ricerca di lavoro, il tendere a una specializzazione da parte del lavoratore oltre all’annullamento della professione in generale e a tutti i livelli.

A cosa serve lo studio per apprendere un mestiere o una professione se puoi ricevere comodamente il “mini assegno” direttamente a casa? Ed ecco che scatta automaticamente la subordinazione psicologica dell’individuo nei confronti dello “Stato benefattore”

Così continuando il popolo dipenderà sempre più dalla “volontà dello Stato” e del proprio datore di lavoro. Il giovane, in particolare, sarà sempre più moralmente neutralizzato, non sarà mai un contestatore e sarà sempre più felice di assecondare  la nuova sigla politica senza mai capire che essa è il frutto di una oligarchia dominante.

Ancora una volta ci viene da chiederci: dove andrà a finire l’economia italiana basata sull’inventiva e sulla qualità del lavoro? Ma davvero la cecità politica vuole consegnare alle multinazionali migliaia di anni di storia della nazione italiana?

Il governo davvero non ha al suo interno qualche testa pensante a favore dell’Italia. Speriamo di no.

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Caterina Laurita
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Un commento

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  1. Ottima analisi, nel nostro Bel Paese vige la regola che chi non ha nè arte nè parte si dia alla politica formando quella schiera di oligarchi che appunto ci governa.
    Non esiste forma peggiore di governo dell’OLIGARCHIA!