«Dotto’, mi date per favore le pillole per la pressione…». È una richiesta normale, quasi rituale. Poi arriva la variante lucanissima: «Lu nomë lu tingh’ mpizza la linga ma nun më l’arrëcurdë…»; la signora non ricorda il nome, non ha ricetta, però è “sicura” di cosa le serve. Torna dopo un’ora trionfante con la prova regina: un pezzetto di scatola strappato, un frammento muto che non dice nulla. Didascalia impietosa: «Un ritaglio… inutile e muto». E lì, scrive Gaetano Caiazza, «l’unica cosa sensata è il silenzio».
Se cercate il cuore di “50 e passa… Ricordi di un farmacista rurale (a Viggiano)” è tutto in questa scenetta: la comicità involontaria della vita quotidiana, l’educazione sanitaria fatta senza cattedra, il confine sottile tra empatia e regole, tra “aiutare” e “cedere”, tra comunità e legalità. La farmacia, qui non è sfondo: è macchina narrativa. È l’osservatorio dal quale si vede passare mezzo secolo di Basilicata – e, per riflesso, di Italia – con le sue trasformazioni sociali, linguistiche, economiche.
Caiazza, del resto, non finge di scrivere “un romanzo”: dichiara la natura del libro come «una sorta di Zibaldone», “senza alcuna pretesa letteraria o artistica”, ma come testimonianza di una vita spesa in un luogo.
Eppure, proprio questa sincerità d’impianto produce un effetto letterario: perché la memoria, quando è precisa nei dettagli e generosa di persone diventa racconto; e quando intreccia professione, storia locale, cultura e costume diventa anche una piccola sociologia “di prossimità”.
Il punto di partenza è già un destino: l’autore arriva a Viggiano nel 1971 per lavorare in farmacia, convinto di restare poco e invece quella provvisorietà si rovescia in appartenenza («…di restarvi per qualche mese… ed invece sono ancora qui».
Viggiano non è un paese qualunque: la presenza di un liceo classico, l’arrivo di insegnanti “da fuori”, due cliniche private e soprattutto la Madonna Nera (e l’elevazione a Basilica Pontificia Minore nel 1965) sono elementi che, nella ricostruzione di Caiazza, spiegano un’attrattività anomala per l’area.
Ma la vera storia si accende nei micro-episodi. Il libro è pieno di scene da commedia umana e non sono “barzellette”: servono a far capire come si è passati da un’Italia analogica a una digitale e come il rapporto con la salute sia diventato più frettoloso, più ansioso, più delegato al banco. Oggi, nota Caiazza, il cliente paga con carta e scappa, poi telefona da casa: «Ma lo scontrino non me lo avete dato»; risposta: «Signora, lei è schizzata via…». E c’è la domanda surreale, detta con naturalezza estiva: «Se le do’ il codice fiscale di mia sorella li può scaricare a mio cognato?».
La comicità più riuscita, però, è quella in cui la vita morale del paese entra di peso nella farmacia. Un anziano chiede un appuntamento “per un problema importante” e si presenta con un dilemma teologico-clinico: lo specialista gli ha detto che il vino è “un nemico”; il prete, in chiesa, predica di “amare i nemici”; la dottoressa concede uno-due bicchieri; lui ha pure la “prescrizione” attaccata alla bottiglia e una foto sul telefono del nipote. «Vuië che më cunsigliatë?». Si ride, certo, ma si capisce anche come le autorità (medico, prete, farmacista) competano ancora, in paese, nel governo della vita quotidiana.
È qui che “50 e passa” diventa un libro “storico” nel senso migliore: non perché elenca date, ma perché mostra le abitudini. Nei primi anni, Caiazza deve orientarsi tra le mutue e le “ricette a colori”: rosa INAM, verdi coltivatori diretti, gialle artigiani… un mosaico che racconta un welfare frammentato, prima della sanità universalistica.
E in quello stesso capitolo affiora un mondo economico e culturale: i farmaci giudicati in base al costo (“roba per preti e signori” se troppo caro, “acqua fresca” se troppo economico), i blister tagliati e venduti “sfusi”, perfino la “farmacia domenicale” appoggiata alla salumeria, come rete informale di sopravvivenza.
Un altro passaggio rivelatore è il “salotto in farmacia”. Caiazza racconta di aver eliminato le sedie dove si tenevano conversazioni e “commenti salaci” mascherati da ritrovo intellettuale, sostituendole con l’armadietto dei registri obbligatori e con musica classica in sottofondo: un gesto urbanistico in miniatura, una riforma dell’uso dello spazio.
Qui la sociologia è chiarissima: in paese i luoghi sono contesi; cambiare l’arredo significa cambiare i rapporti di potere, rimettere la salute al centro, sottrarre il presidio a una socialità invadente. La farmacia, infatti, è presentata come istituzione civile: «punto di riferimento» e perfino luogo in cui il farmacista è vissuto “anche come uno psicologo amico e disponibile”.
E quando Caiazza racconta le bugie dette al banco per ottenere farmaci senza ricetta, o il suo rifiuto ostinato di “svendere” la professionalità per qualche euro, non fa moralismo: descrive il conflitto quotidiano tra richiesta e responsabilità, tra mercato e cura.
Sul fondo, poi, scorre la storia materiale della Val d’Agri contemporanea: Viggiano come centro di uno dei bacini di estrazione di idrocarburi più grandi d’Europa; l’Italia “quinto produttore” in Europa; e, insieme, l’amarezza per i costi energetici pagati localmente.
È una pagina che, letta oggi, suona come domanda aperta: che cosa resta sul territorio quando la ricchezza passa “sopra” e non “dentro”?
Nella parte finale, il libro si fa anche cronaca recente. Durante il Covid la Farmacia Caiazza viene descritta come «presidio di vicinanza», tra difficoltà, controlli, disorientamento generale e un lavoro quotidiano di orientamento.
Da lì nasce quasi un manifesto mite: se vogliamo una sanità territoriale vera – specie nei paesi che invecchiano – la farmacia deve essere parte di una rete, utile anche nel monitorare l’aderenza alle terapie e nel ridurre ricoveri evitabili.
Alla fine, “50 e passa” convince perché non è solo nostalgia. È un libro-archivio e insieme un libro-vivo: pieno di facce, dialetti, equivoci, personaggi; ma soprattutto pieno di un’idea semplice e rara, oggi: la prossimità come forma di civiltà. Non a caso la dedica ai nipoti è una promessa asciutta: «Quando avrete bisogno di qualcuno che vi ascolti / io ci sarò». Dopo aver letto Caiazza viene da pensare che quel “ci sarò” non sia solo familiare: è la definizione migliore, e più politica, della farmacia di paese.


