Addio 2025, anno che ci ha tenuti svegli

di Caterina Iannelli

Il 2025 se ne va in punta di piedi, come uno che ha fatto abbastanza rumore durante l’anno e ora non ha più voglia di spiegarsi. Non chiede applausi, non si gira indietro. Lascia solo una scia di stanchezza elegante, quella di chi ha fatto il possibile e ha capito che, a volte, il possibile è già tanto.

È stato un anno che non si è fatto amare subito. Un anno da conoscere piano, come certe persone che sembrano scontrose ma in realtà sono solo oneste.

Ha tolto qualche certezza, ha ridimensionato molte aspettative e ci ha insegnato senza troppa gentilezza che la vita non aspetta che tu sia pronto.

Il 2025 è entrato nelle case senza bussare. Si è seduto sui divani, ha occupato le cucine, ha ascoltato conversazioni sussurrate la sera tardi quando i conti non tornavano e le parole sì.

Ha visto famiglie fare miracoli silenziosi, persone reggere il mondo con una mano sola mentre con l’altra mescolavano il caffè. Non è stato un anno epico. È stato un anno vero.

C’era qualcosa di stonato in questo 2025, eppure necessario. Ci ha fatto parlare di futuro come di una cosa concreta, non più romantica. Ci ha costretti a ridere quando non c’era molto da ridere e proprio per questo quelle risate hanno avuto un valore diverso: erano resistenza travestita da ironia.

La politica continuava a parlare, l’economia a spiegarsi, il mondo a correre.

Noi, nel mezzo, abbiamo imparato l’arte più difficile: andare avanti senza sapere esattamente dove si stesse andando ma con la certezza di non voler tornare indietro.

Entriamo nel nuovo anno con passo incerto ma sguardo aperto.

Con meno illusioni forse ma con una verità in tasca: siamo ancora qui.

Al nuovo anno non chiediamo di salvarci, ma di camminarci accanto. Di essere meno severo e più umano. Entriamo nel tempo che viene con mani stanche ma aperte, con sogni più sobri e speranze più vere. Perché dopotutto, non è l’anno che conta, ma il modo in cui continuiamo a restare umani dentro il tempo.