Il diritto rapito

Maduro è un criminale. Un uomo che ha trasformato un Paese ricchissimo in una macchina di repressione e di fame; un regime che ha umiliato elezioni, tribunali, corpi intermedi e, con essi, la dignità della gente comune. Ma proprio perché Maduro è quel che è l’operazione annunciata da Donald Trump il 3 gennaio 2026 – la cattura del presidente venezuelano e della first lady, il trasferimento negli Stati Uniti e la promessa di “gestire” il Paese – è un atto che va condannato senza giri di parole: uno Stato non può sequestrare il capo di un altro Stato sovrano e presentarlo al pubblico come trofeo.

Se la sovranità vale solo quando ci è comoda allora non vale più. E se la legalità internazionale si piega all’umore della potenza di turno allora non stiamo “difendendo la democrazia”: stiamo inaugurando la democrazia a colpi di blitz, dove la forza diventa procedura e la procedura diventa folklore.

È qui che il discorso si fa serio: Trump non ha presentato l’operazione come un fatto eccezionale, tragico, “necessitato” e da chiudere subito. L’ha rivendicata come un nuovo capitolo di dominio. Reuters e AP riportano che Trump ha parlato dell’ingresso di grandi compagnie petrolifere statunitensi e della volontà di “mettere mano” alle infrastrutture energetiche venezuelane; e l’idea – detta o sottintesa – è che questa cattura apra una corsia preferenziale sul petrolio.

Quanto incide il petrolio? Incide perché è l’ossessione e la tentazione più antica: non solo la materia prima, ma la leva geopolitica. E qui il Venezuela è un simbolo perfetto: riserve enormi, infrastrutture degradate, un regime isolato, sanzioni, fame di stabilità “gestita” dall’esterno. Reuters osserva che la ricostruzione della capacità petrolifera richiederebbe tempo e investimenti, ma proprio questo rende l’operazione ancora più inquietante: se l’obiettivo fosse solo “giustizia”, basterebbe un tribunale; se l’obiettivo è “governare” e “riparare” l’energia, siamo già in un altro film.

Poi c’è la cornice comoda: il narcotraffico. Washington dice: non è guerra, è law enforcement. E infatti l’impianto accusatorio esiste: un’indagine/indictment e capi d’imputazione pesantissimi. Ma davvero vogliamo credere che il baricentro del narcotraffico verso Stati Uniti ed Europa stia “principalmente” a Caracas, tanto da giustificare un’incursione militare e l’estrazione del capo di Stato? I dati globali raccontano un quadro molto più complesso: la produzione e i flussi della cocaina restano centrati sugli Andi e sulle rotte verso Nord America ed Europa, con reti logistiche e corridoi multipli, non con un unico “colpevole comodo”.  Dire “narcotraffico” come parola-martello, qui, rischia di essere esattamente ciò che si avvertei: un pretesto che seleziona un bersaglio politicamente isolato e lo trasforma nel capro espiatorio di un problema strutturale.

E non è solo petrolio. C’è un secondo livello, meno narrato e più sporco: le risorse minerarie. Il “Mining Arc” dell’Orinoco – e l’economia illegale che si è gonfiata attorno – ha attirato interessi su oro, diamanti e anche coltan, fondamentale per filiere tecnologiche. Non serve sposare complotti: basta riconoscere che, quando uno Stato potente usa la forza “per mettere ordine”, spesso l’ordine coincide con l’accesso. E il coltan, come il petrolio, è accesso: alle catene del valore, ai ricatti, ai contratti.

Terzo livello: geopolitica dura. Venezuela non è solo Venezuela: è un punto di appoggio, un simbolo e un mercato per Russia, Iran e Cina. Negli ultimi mesi prima del blitz, fonti internazionali hanno raccontato pressioni e contatti – inclusi canali con Teheran e legami militari/tecnologici – mentre gli USA sanzionavano anche nodi legati a cooperazioni Venezuela–Iran sul fronte dei droni. In questa chiave, la cattura di Maduro è anche un messaggio: “in questo emisfero comandiamo noi”. Ma i messaggi, nel mondo di oggi, rimbalzano: ciò che fai una volta diventa precedente; ciò che giustifichi oggi diventa boomerang domani.

E qui arriva l’Italia, con il suo capolavoro di cerchiobottismo istituzionale. Palazzo Chigi dice: l’azione militare esterna non è la strada; però aggiunge che è “legittimo” un intervento difensivo contro “attacchi ibridi” come quelli di entità statuali che alimentano il narcotraffico. È una frase che sembra scritta per non scontentare nessuno e finisce per scontentare il diritto: perché la difesa, nel diritto internazionale, non è un sentimento; è una categoria stretta, legata a un “armed attack” e a regole precise. Se “narcotraffico” diventa la chiave universale per la “difesa” allora ogni potenza può definire “ibrido” ciò che le conviene e fare ciò che vuole.

Putin va fermato perché ha invaso uno Stato sovrano; Trump sequestra un presidente e la first lady e dovrebbe essere “un’altra cosa”? No: è la stessa cosa, in un altro costume. È parodia solo se ci rifiutiamo di guardare che la sostanza è identica: la forza sopra la norma.

E poi c’è Tajani, con quella frase rimasta come impronta digitale: “Il diritto internazionale è importante… ma fino a un certo punto.” Lo ha detto in TV e la Società Italiana di Diritto Internazionale (SIDI) gli ha scritto una nota durissima.

Eccolo il punto: quando il diritto vale “fino a un certo punto”, quel punto non lo decide la legge; lo decide chi ha i mezzi. È, letteralmente, ignavia: non scegliere la norma, non scegliere l’interesse, ma scegliere la comoda ambiguità che ti permetta di cambiare discorso domani.

Si può – si deve – dire insieme due cose: Maduro è un problema enorme e il rapimento di Stato è un problema enorme. La risposta non è l’eroismo muscolare, è la coerenza: sanzioni mirate, giurisdizioni internazionali, diplomazia vera, corridoi umanitari, pressione multilaterale. Perché, se accettiamo che il diritto si possa sequestrare, domani scopriremo che non era Maduro il prigioniero: eravamo noi.