L’arte perduta di annoiarsi: cronaca di una specie in via d’estinzione

di Caterina Iannelli

C’era una volta un’attività misteriosa, praticata da milioni di esseri umani senza l’aiuto di tutorial, notifiche o aggiornamenti software. Si chiamava annoiarsi. Non era un passatempo sofisticato: bastava un pomeriggio lento, una finestra aperta, magari una mosca che ronzava con ostinazione contro il vetro. Oggi invece, se una mosca ronzasse, probabilmente qualcuno cercherebbe prima un’app per identificarla, poi un video su come scacciarla con metodi eco-sostenibili, e infine un podcast motivazionale su come la mosca possa insegnarci qualcosa sulla resilienza.

L’umanità moderna, infatti, ha dichiarato guerra alla noia. Non è più tollerabile restare cinque minuti senza stimoli. Se accade, evento ormai rarissimo, il cittadino medio entra in uno stato di panico simile a quello di un astronauta che perde il contatto con la base. La mano corre automaticamente allo smartphone, come un riflesso condizionato studiato nei laboratori di Pavlov, ma con meno dignità scientifica.

Le sale d’attesa, un tempo luoghi di silenzio e contemplazione forzata, sono diventate piccole centrali nucleari di schermi luminosi. Nessuno guarda più il vuoto con quell’espressione pensosa che un tempo portava a grandi scoperte interiori o, più realisticamente, a contare le mattonelle del pavimento. Oggi si scorre. Si scorre sempre. Notizie, video, ricette, gattini, opinioni di persone che non abbiamo mai incontrato ma che improvvisamente diventano la nostra guida spirituale per tre minuti e venti secondi.

Eppure la noia aveva una sua dignità. Era la madre segreta di molte invenzioni: libri scritti per caso, idee nate guardando le nuvole, conversazioni improbabili iniziate per disperazione. Senza noia, probabilmente metà delle grandi intuizioni della storia non sarebbe mai esistita. Archimede non avrebbe gridato Eureka!, ma avrebbe probabilmente scritto: Scusate, ero sotto la doccia ma stavo guardando un reel.

Gli psicologi moderni, con aria grave e grafici colorati, iniziano ora a suggerire una teoria rivoluzionaria: forse un po’ di vuoto mentale non fa male. Alcuni parlano addirittura di detox digitale che consiste nell’atto estremo di non guardare il telefono per un’ora. Un’ora. Sessanta minuti. Un’idea così radicale che potrebbe sembrare un esperimento sociale condotto dalla NASA su volontari particolarmente coraggiosi.

Naturalmente la società reagisce con cautela. Rinunciare alla connessione continua significa correre un rischio enorme: quello di accorgersi del mondo reale. Potremmo scoprire che il cielo ha colori interessanti, che le persone accanto a noi hanno storie da raccontare o pericolo massimo  che la nostra mente è capace di produrre pensieri senza bisogno di un algoritmo.

Nel frattempo continuiamo a correre, scorrere, cliccare. Non perché sia necessario, ma perché fermarsi sembra ormai un lusso sospetto.

E così la noia, quella vecchia compagna silenziosa dei pomeriggi lunghi, è diventata una creatura rara. Qualcuno sostiene persino di averla vista recentemente seduta su una panchina in un parco senza telefono in mano. Ma potrebbe essere solo una leggenda urbana.

Oppure ipotesi ancora più inquietante  qualcuno che stava semplicemente pensando.