Chi ha ricordi delle elementari custodisce un piccolo tesoro. Detta così vi farà tornare alla mente: il grembiule blu, il colletto con il fiocco, l’odore dei quaderni nuovi, le matite colorate … l’alfabetiere pieno di figure.
Sono anche miei ricordi delle elementari. Quelli della prima elementare sono quelli a cui tengo di più. Sarà perché ormai sono così lontani e sempre avvolti nella nebbia che, quando riaffiorano, non mancano di emozionarmi, in ogni caso.
Ricordo mia madre, che aveva frequentato appena la terza elementare, mentre prendeva la mia mano incerta e mi guidava nel “comporre” le lettere dell’alfabeto. Ho detto “comporre” non a caso, perché a volte sembrava quasi un ricamo. Eppure non tutte erano complicate, perché alcune erano già alla mia portata. Specialmente quando, guidato dalla mano di mamma, realizzavo lentamente un piccolo cerchio e lo chiudevo con un segnetto che puntava verso l’alto.
“Vedi?”, mi diceva lei, “questa è la “o” con il “cannetto”.”
Davanti ai miei occhi, l’immagine cambiava forma e si trasformava in una bocca avida, spalancata per dissetarsi al “cannetto”.
Il termine non proviene dalla scuola, ma dalla vita di tutti i giorni, perché il “cannetto” era parte del patrimonio locale e questa particolare definizione della “o” era di comune utilizzo. Si trattava di un tubicino, naturale di canna o realizzato in legno, infilato alla bocca del fiasco da cui bere. Nei campi o nelle cantine, quando il vino girava tra amici e parenti, il “cannetto” era d’obbligo perché permetteva di bere a garganella, direttamente dal recipiente, senza portarlo alla bocca. Il fiasco passava di mano in mano affinché ognuno prendesse il suo sorso da quella piccola fontanella.
Che immagine!
Bisogna dire che, nel corsivo, la “o” non si scrive con un solo segnetto, ma con due: uno in ingresso e l’altro in uscita. Il tutto per facilitare il collegamento della vocale alle lettere vicine.
Pertanto, a pensarci oggi, quel tipo di “o” nella fantasia di un bambino poteva essere molte altre cose. Dopotutto, un cerchio con due linee che partivano dai fianchi poteva far pensare a un omone panciuto, con le braccia aperte, magari aperte per non cadere.
Era un’immagine immediata, quasi naturale, eppure per noi si preferì il “cannetto” e bastava nominarlo perché l’immagine comparisse subito. Certo, bisogna riconoscere che, dal punto di vista pratico, la metafora si mostrava efficace perché la lettera diventava quasi una storia e sicuramente un’immagine era più facile da memorizzare. Inoltre, le metafore nascono sempre dal mondo che circonda chi insegna e chi impara. In una realtà come la nostra a quei tempi, ancora profondamente contadina, il “cannetto” della fiaschetta era quindi un oggetto familiare.
In realtà, solo tecnicamente era uno strumento per bere, perché la bottiglia che passa di mano in mano rimandava a qualcosa di collettivo, a un gesto condiviso. Di contro, l’omone panciuto sarebbe stata un’immagine individuale, quasi caricaturale. E poi, probabilmente, gli uomini panciuti erano pochi allora. La vita nei campi e le tavole misurate lasciavano raramente spazio a grandi rotondità.
Anche se questa è di natura essenzialmente locale, la scuola utilizzava spesso queste figurazioni come piccoli stratagemmi per aiutare i bambini a orientarsi tra segni che sulla carta sembrano tutti simili.
Ovviamente, nel nostro caso quella piccola “o” racconta molto di più della regola di scrittura. Sicuramente racconta un tempo in cui la scuola e la vita non erano mondi separati. Le parole di allora nascevano dalle cose, e le cose avevano nomi che portavano con sé odori, sapori, sacrificio, lavoro e anche risate intorno a un tavolo.
Oggi il corsivo si insegna meno. Sempre più spesso le parole nascono direttamente sulla tastiera. Lettere che nulla hanno di realizzato, nemmeno un segno, un giro, né un “fiocco” che le faccia eleganti.
Soprattutto molti bambini non incontrano più quella “o” con i suoi due piccoli appigli e non avranno più quella immagine di condivisione che ci faceva sentire parti di un mondo vivo, di una comunità solidale, parte di qualcosa di reale, di tangibile,
Ma chi l’ha imparata così, difficilmente la dimentica. Perché il ricordo non è solo nella lettera.
È nella mano che guida la mano. È nel gesto di una madre che, pur avendo avuto poca scuola, trasmette a suo figlio qualcosa che per lei era prezioso: la capacità di scrivere.
È in quella frase semplice, oggi addirittura preziosa, che parlava di alfabeto e parlava della vita:
“Questa è la o con il “cannetto”.


