A Montecitorio Giorgia Meloni non ha soltanto difeso una scelta politica: ha piegato la storia fino a farla diventare una clava. Nella replica alla Camera ha parlato di “strabismo” e ha contrapposto chi celebra gli americani che liberarono l’Europa dal nazifascismo a chi oggi contesta l’intervento contro l’Iran, arrivando a evocare perfino Kosovo, Libia e Venezuela dentro lo stesso ragionamento. È una costruzione polemica efficace per accendere i banchi della maggioranza, ma fragile appena la si sottopone a una verifica seria. Perché qui non siamo davanti a una differenza di sensibilità: siamo davanti a un paragone storto.
La stortura è tanto più evidente perché, poche ore prima, la stessa presidente del Consiglio al Senato aveva definito l’intervento americano e israeliano contro l’Iran parte di una serie di azioni unilaterali condotte “fuori dal perimetro del diritto internazionale”, aggiungendo che l’Italia non vi prende parte e non intende prendervi parte. E allora bisogna scegliere: o quell’intervento è fuori dal diritto, oppure è una nuova impresa liberatrice dell’Occidente. Le due cose insieme non stanno in piedi. Non si può denunciare l’illegalità al mattino e nobilitarla nel pomeriggio con la retorica della liberazione.
Il punto decisivo, infatti, è che la Seconda guerra mondiale e il conflitto di oggi non sono la stessa cosa nemmeno da lontano. La guerra in Europa si aprì con l’invasione nazista della Polonia il 1° settembre 1939, dentro una dinamica di espansione militare già chiarissima; gli Stati Uniti entrarono nel conflitto solo dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941. Quella sequenza appartiene a una guerra mondiale scatenata da potenze aggressive e culminata nella sconfitta di regimi totalitari che avevano devastato il continente. Tirarla fuori come patente morale buona per ogni bombardamento contemporaneo significa usare la memoria non per capire, ma per coprire.
C’è poi il diritto, che non è un dettaglio da azzeccagarbugli. La Carta delle Nazioni Unite, nata proprio sulle rovine del 1945, vieta agli Stati la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato; l’articolo 51 salva il diritto di autodifesa quando si verifica un attacco armato. È precisamente questo il confine che distingue il mondo uscito dalla guerra mondiale dal mondo che la premier ha voluto evocare alla Camera. Se quel confine viene cancellato con un artificio retorico allora non resta più il diritto: resta soltanto la forza accompagnata da una giustificazione morale confezionata dopo.
Il paradosso è che Meloni conosce bene la complessità del quadro, perché al Senato ha ricordato che l’Italia aveva ospitato a Roma due tornate di negoziati sul nucleare iraniano e aveva tenuto aperti canali di comunicazione con Teheran per favorire un accordo. In altre parole: la via diplomatica non era una fantasia da anime belle, ma una strada che il governo stesso rivendicava di avere sostenuto. Proprio per questo stona ancora di più il salto successivo: dall’ammissione che esisteva un terreno negoziale alla narrazione muscolare secondo cui le bombe diventano, quasi automaticamente, un gesto di emancipazione dei popoli. È il passaggio tipico della propaganda: semplificare ciò che fino a un’ora prima si era riconosciuto come complesso.
Il trucco sta tutto qui: chiamare “liberazione” ciò che resta, nei fatti, un intervento armato contestato sul piano giuridico e politico. Ma la parola non cambia la sostanza. La libertà non arriva per decreto da un caccia bombardiere, così come la democrazia non sboccia per effetto meccanico di un missile. La storia degli ultimi decenni, richiamata dalla stessa Meloni con i casi di Kosovo e Libia, dimostra semmai il contrario: rimuovere un regime e costruire un ordine stabile, legittimo e pacifico sono due cose molto diverse. Confonderle serve al comizio, non al governo. Alla fine il problema non è solo una frase infelice. È un metodo. È l’abitudine a prendere la pagina più alta del Novecento – la liberazione dal nazifascismo – e usarla come un lasciapassare polemico da esibire ogni volta che conviene. Ma la Resistenza, la guerra di liberazione, il crollo dei totalitarismi non sono una carta jolly da spendere su qualunque crisi internazionale. Richiedere misura, precisione e proporzione non significa essere indulgenti con il regime iraniano; significa rifiutare la scorciatoia mentale per cui ogni nemico diventa Hitler e ogni bomba amica diventa libertà. Quando un presidente del Consiglio smette di distinguere non sta alzando il livello del dibattito: lo sta abbassando.


