La guerra “preventiva” che brucia il mondo

All’alba di oggi, 28 febbraio 2026, Israele e Stati Uniti hanno aperto il rubinetto della forza “preventiva” contro l’Iran e lo hanno lasciato scorrere come se fosse acqua corrente: raid su più città iraniane, stato d’emergenza in Israele, risposta missilistica di Teheran e scosse d’onda che arrivano fino alle monarchie del Golfo. Se cercavate un manuale pratico su come trasformare una crisi in un incendio regionale – e potenzialmente globale – eccolo qui.

Israele ha presentato l’operazione come “attacco preventivo” per “rimuovere minacce” e lo ha fatto sapere mentre chiudeva scuole, lavoro e spazio aereo, preparando i civili al contraccolpo. Ma la parola-chiave è un’altra: coordinamento. Reuters riferisce che la pianificazione era in corso “da mesi” con Washington e che la data era stata decisa settimane prima. La “prevenzione”, insomma, non è un riflesso: è un progetto. E quando la “prevenzione” diventa prassi il diritto internazionale viene ridotto a un paravento da conferenza stampa.

Gli Stati Uniti ci hanno messo la cornice retorica e il marchio di fabbrica: il Pentagono ha battezzato l’operazione “Epic Fury” (“Furia epica”). Come se la guerra fosse una campagna pubblicitaria con un nome che suona bene nei titoli e male nelle bare.

E poi c’è Donald Trump. Non un dettaglio: il megafono. In un messaggio diffuso sui social Trump ha annunciato “major combat operations” ha ammesso che potrebbero esserci vittime americane e ha incorniciato l’attacco come missione “per il futuro”. Fin qui la solita liturgia. Il salto avviene quando il presidente invita, di fatto, al cambio di regime: agli iraniani dice di ripararsi perché le bombe cadranno “everywhere”, poi li esorta a “take over your government” quando l’azione sarà finita. L’idea è semplice e brutale: bombardiamo oggi, vi consegniamo domani un Paese “liberato” a suon di esplosioni. È la dottrina del rovesciamento in diretta, con l’illusione che la storia obbedisca ai video su Truth Social.

Israele, dal canto suo, spinge sullo stesso tasto: Benjamin Netanyahu – secondo Reuters – parla di condizioni create per permettere agli iraniani di “prendere il destino nelle proprie mani” e “rimuovere il giogo della tirannia”. È un copione noto: la democrazia come slogan da agganciare ai missili. Peccato che la “liberazione” promessa dall’esterno, specie quando nasce da un attacco “preventivo”, abbia una lunga tradizione di macerie, milizie e vendette a catena.

Il problema è che l’Iran, prevedibilmente, non ha risposto con un comunicato. Teheran ha lanciato missili e droni verso Israele e ha messo nel mirino interessi e basi statunitensi nella regione; Reuters segnala esplosioni e boati anche negli Emirati (Abu Dhabi e Dubai), attacchi che hanno coinvolto Bahrain e intercettazioni dichiarate dal Qatar. Nel frattempo voli cancellati e cieli che si svuotano: l’economia globale, come sempre, scopre la geopolitica quando si chiude un corridoio aereo e si teme lo stretto di Hormuz.

E intanto la diplomazia viene raccontata come un fastidio. Sia Reuters sia il Guardian ricordano che i colloqui Usa-Iran sul nucleare erano in corso e non avevano prodotto un’intesa: la soluzione scelta è stata il bombardamento. È qui la causticità necessaria: Washington e Tel Aviv si comportano da piromani che pretendono la patente da pompieri. Prima alzano l’asticella delle richieste poi dichiarano fallita la trattativa e infine presentano la guerra come “inevitabile”.

Le reazioni esterne, per ora, misurano il rischio: Mosca parla di “aggressione armata” e mette in guardia da conseguenze umanitarie ed economiche, fino al timore “radiologico” se vengono colpiti siti sensibili. Anche se ciascuno recita la propria parte quel riferimento è un promemoria concreto: in questa regione non stai maneggiando solo confini e propaganda, ma impianti, infrastrutture e popolazioni.

“Terza guerra mondiale” è un’espressione che sembra eccessiva finché non smette di sembrarlo: quando una potenza attacca con un alleato l’attaccato reagisce colpendo basi di quella potenza in Paesi terzi e lo spazio tra “teatro regionale” e “incendio globale” diventa un corridoio stretto. Il punto non è se domani avremo davvero un conflitto mondiale; il punto è che Stati Uniti e Israele stanno normalizzando l’idea che l’uso della forza preventiva, più il cambio di regime come obiettivo dichiarato, sia un’opzione ordinaria di politica estera. E una volta che rendi ordinaria la guerra l’eccezione diventa la pace.