L’Iran ha confermato ufficialmente ciò che fino a poche ore prima era “solo” un’indiscrezione di guerra: Ali Khamenei è morto nei raid congiunti Usa-Israele iniziati sabato. Il dettaglio che trasforma l’evento in uno spartiacque non è solo la figura della Guida Suprema – il vertice politico-religioso dello Stato – ma la scelta deliberata di colpire la catena di comando come obiettivo primario, spingendo l’intera regione sul bordo di un conflitto aperto e prolungato.
Secondo Reuters l’attacco è stato “cronometrato” per coincidere con una riunione di Khamenei con il suo cerchio ristretto: tra i nomi citati figurano Ali Shamkhani (ex potente segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale) e Mohammad Pakpour, comandante dei Guardiani della Rivoluzione, indicati tra le vittime; due fonti iraniane hanno riferito a Reuters dell’incontro con Shamkhani e con Ali Larijani poco prima dell’inizio dei bombardamenti. Un altro lancio Reuters, sempre di ieri, parlava inoltre della morte presunta del ministro della Difesa Amir Nasirzadeh e dello stesso Pakpour in attacchi israeliani.
Questa non è “deterrenza”, è decapitazione. E la decapitazione, nella storia del Medio Oriente, raramente produce “ordine”: più spesso apre la gara a chi riempie il vuoto – con milizie, colonnelli, vendette, fratture interne. L’idea che basti togliere il capo perché il corpo si arrenda è la vecchia fantasia della “guerra chirurgica”: pulita nei briefing, sporca nella realtà.
Nel frattempo Israele ha annunciato una nuova ondata di strike, puntando – dice – su sistemi balistici e difese aeree iraniane. Traduzione: la campagna non è un episodio, è una sequenza. E qui l’ipocrisia diventa metodo: si chiama “prevenzione” ciò che, a tutti gli effetti, è un’escalation pianificata e reiterata.
Sul fronte americano Donald Trump ha celebrato l’uccisione di Khamenei e ha ribadito che gli attacchi continueranno finché la missione non sarà “completa”, invitando anche defezioni e un cambio di regime. Poi, quasi a certificare l’azzardo, ha alzato la posta: se Teheran reagisce con rappresaglie gli Stati Uniti colpiranno con una forza “mai vista prima”. È la logica del fiammifero: accendi la miccia e minacci l’incendio, come se fosse un dettaglio secondario.
E l’Iran? Qui sta la seconda metà del quadro: cosa promette e cosa sta già facendo. Secondo Reuters, Teheran ha reagito ai primi raid lanciando centinaia di missili e droni verso obiettivi israeliani, truppe Usa e Paesi alleati di Washington nella regione; le ripercussioni si sono sentite in più capitali del Golfo, con sistemi di difesa che dichiarano intercettazioni e con un primo bilancio di almeno un morto negli Emirati riportato da media statali. Nella notte e nella mattina di oggi testimoni hanno riferito nuove esplosioni su Dubai e Doha per il secondo giorno consecutivo: non è un colpo “simbolico”, è la normalizzazione del fronte allargato.
Sul piano delle promesse, i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato che arriverà “presto” una nuova rappresaglia, definita “la più grande offensiva” contro basi Usa e Israele. E c’è poi l’arma che non fa rumore come un missile ma può paralizzare l’economia mondiale: Hormuz. Un funzionario della missione navale UE Aspides ha riferito a Reuters di messaggi radio VHF attribuiti all’IRGC: “nessuna nave può passare nello Stretto” (pur senza conferma formale iraniana di un ordine generale). Fatto sta che armatori e grandi operatori hanno iniziato a sospendere spedizioni e a tenere le navi lontane dall’area; anche importanti compagnie di navigazione giapponesi hanno ordinato lo stop al transito.
Alla diplomazia, per ora, resta il ruolo di spettatore che prende appunti. Al Consiglio di Sicurezza Onu l’ambasciatore iraniano ha parlato di centinaia di civili uccisi e feriti nei raid Usa-Israele. E l’Aiea ha dichiarato di non vedere, al momento, impatti radiologici legati agli attacchi, chiedendo prudenza per evitare rischi nucleari.


