La gente si contagia, ma da dove? Italia… impreparata: bocciata!

Abbiamo da poco doppiato il primo anno di report quotidiani sui dati del coronavirus: un’abbuffata di numeri che, tipicamente verso sera, propone nuove portate sotto forma di bollettini. Saremmo superficiali se affermassimo che il fenomeno si manifesta tale e quale ad allora, senza alcuna evoluzione migliorativa. Un anno fa la Protezione civile italiana diramava aggiornamenti privi di significative correlazioni, per esempio sulla quantità di tamponi eseguiti; ancora a fine estate era pressoché sconosciuto ai più il tasso di positività, una variabile oggi comunicata e percepita come basilare. Dunque, sulla diffusione dei dati pandemici si sono fatti passi avanti. Ma non sappiamo ancora tutto quello che sarebbe utile sapere per evitare il contagio. Per esempio: continuiamo a scoprire ogni sera quanti sono i nuovi contagiati, ma non sappiamo dove sono stati contagiati, né in tempo reale (il che sarebbe un’utopia, è chiaro) né a distanza di settimane. Tanto meno sappiamo quanto incidano i cosiddetti “superdiffusori”, e dove questi agiscano, sia pur inconsapevolmente. Di conseguenza, c’è una domanda che resta senza risposta: quali sono le circostanze più sicure, e quali quelle invece da evitare? In Italia, dai tempi del primo lockdown, sono stati individuati alcuni spazi definiti “non essenziali” o comunque più rischiosi, e conseguentemente spesso chiusi al pubblico, se non sempre. Una “lista nera” non granitica, dalla quale a tratti in estate sono uscite le discoteche, e nella quale più volte hanno fatto avanti e indietro le aule scolastiche. Ma decreti e ordinanze che dispongono aperture o chiusure non riportano i dati che dovrebbero suffragarle. Né ci aiuta in modo risolutivo cercarli in luoghi istituzionali; in Italia, ma non solo. Con una cadenza media mensile l’Istituto superiore della Sanità pubblica rapporti di approfondimento: uno di questi, a fine dicembre, è stato dedicato all’andamento del contagio in funzione dell’apertura delle scuole. Il rapporto ha preso in esame il periodo autunnale, notando come l’11% dei contagiati italiani fosse in età scolare, e di questi il 40% erano adolescenti. I focolai riconducibili alla scuola, in autunno, erano poco più di tremila, il 2% del totale nazionale, con un picco ai primi di novembre. Una percentuale contenuta, al punto che il Rapporto di fine dicembre giudicava quelli scolastici come ambienti «relativamente sicuri», e legava l’opportunità di tenere aperte le scuole all’efficacia della prevenzione nel contesto locale, fuori dagli edifici scolastici. Oltre a questo sulla scuola, in Italia non risultano a oggi studi analoghi dedicati ad altri luoghi di possibile contagio. Né, per esempio, li ha resi disponibili finora l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che di recente ha pubblicato una roadmap per migliorare l’areazione nei luoghi chiusi, peraltro piuttosto ricca d’indicazioni pratiche in tal senso. Il documento distingue tra ambienti domestici e non domestici; non esplicita però indicazioni su quali tra questi ultimi evitare o meno, lasciandolo alla deduzione del lettore caso per caso rispetto al proprio contesto personale, magari consultando le specifiche risposte a domande frequenti. In alcuni paesi, tuttavia, altri studi nei mesi scorsi sono stati resi noti. Già a fine agosto scorso il British medical journal pubblicava il pre-print di “Due metri o uno?”, analisi sulla distanza di sicurezza contro il contagio aereo. Una tabella a corredo classificava la pericolosità dei luoghi in funzione di ventilazione, affollamento e uso della voce, evidenziando come evitabili i luoghi in cui questi tre fattori congiurano contro gli occupanti. A novembre uno studio pubblicato da Nature, ripreso in Italia dall’Accademia dei Lincei, traccia 98 milioni di smartphone in circa 553mila luoghi pubblici degli Stati Uniti. Stabilisce per esempio che nell’area urbana di Chicago l‘85% dei contagi sono avvenuti in una ristretta cerchia di luoghi pubblici, il 10% del totale. Tra questi spiccano ristoranti, bar, palestre e hotel. Evidenzia inoltre la variazione del rischio in funzione del reddito, perché i supermercati di fascia bassa sono affollati mediamente il 59% in più, e la clientela si trattiene all’interno più tempo che negli altri markets. A febbraio Science aggiorna uno studio pubblicato due mesi prima, sottolineando l’efficacia del ridurre la presenza ravvicinata di persone a non più di 10 unità. Secondo questo studio, la chiusura di ristoranti e locali ha un effetto da lieve a moderato, e la scelta di restare chiusi in casa non aggiunge molto, se la prevenzione è ben attuata nei luoghi di destinazione. Nello stesso mese la CDC, l’equivalente americano del nostro Istituto superiore di Sanità, aggiorna le linee guida per le attività fuori casa. Vi si legge che viaggiare in aereo, su una nave da crociera o stazionare in un bar sono mediamente le attività a più alto rischio. Il consumo di cibo e bevande è tra le attività più studiate. All’inizio di marzo il quotidiano spagnolo El Pais ha riunito diversi studi e opinioni in proposito: la necessità di abbassare la mascherina per consumare ricorre come elemento distintivo di rischio. E paradossalmente, può esserlo meno nei ristoranti che nei bar, dove il consumo è sì più rapido ma più informale, propizio per una distrazione anche involontaria che per pochi, fatali secondi può abbattere distanze e protezione. Soprattutto se tra gli avventori c’è chi beve troppo, moltiplicando i rischi per gli altri clienti e soprattutto per il personale. Ben diversa la situazione per chi riesce a servire e consumare all’aperto, magari con i commensali non appiccicati. Controverse le conoscenze sulla scuola. Detto in apertura del rapporto ISS di fine dicembre, meno di un mese fa ancora Nature dà conto del pre-print di una ricerca condotta tra le famiglie americane: mandare un figlio a scuola moltiplica i rischi Covid per i genitori. A meno che le scuole non adottino sette precise misure di prevenzione, incluso lo stop alle attività extracurricolari. È di metà marzo, infine, un rapporto congiunto Iss, Ministero della Salute, Aifa e Inail: tra le varie, consiglia di aumentare a due metri la distanza di sicurezza, anche se non ci sono evidenze scientifiche in tal senso. E non aggiunge dati e considerazioni specifiche per singoli luoghi d’incontro; tanto meno per i luoghi di lavoro, che restano un ambito tutt’altro che mappato in modo puntuale quanto a livelli effettivi di contagiosità. E siamo ai giorni nostri. Quelli in cui le restrizioni “rosse” sono più o meno quelle di un anno fa, anche se la determinazione nel metterle in pratica o verificarle è mediamente più bassa. E anche se le conoscenze sull’efficacia caso per caso sono tutt’altro che complete. Quelle che abbiamo menzionato oggi non sono certo esaustive, né definitive. Non rispondono al nostro dilemma di apertura − quali siano i luoghi più rischiosi − e forse presto saranno aggiornate da altre più accurate; che aspettiamo, magari grazie anche al contributo di chi ci ascolta. Quanto detto qui è solo un po’ quello che passa il convento, almeno per ora. Dopo quelli su vaccini e altre cure, restano grandi passi avanti ancora da fare sul tracciamento e sul far sapere alla gente dove e perché esattamente avviene il contagio. È lecito sperare di riuscirci, almeno entro la prossima pandemia.

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